Giovanni e Marcantonio il trasloco delle statue

Lo strano caso delle sculture un tempo
posizionate sul Sedile in piazza Sabt’Oronzo
e poi finite a…per scoprirlo leggete la nuova indagine
dell’ispettore Rizzo

Raffaele Polo

I luoghi misteriosi sono, spesso, sotto i nostri occhi.
Stavolta, vogliamo parlare di Giovanni e Marcantonio, le due statue che erano, assieme all’orologio, nei pressi del Sedile, proprio in Piazza Sant’Oronzo, a Lecce.
Tra fantasia, storia e finzione letteraria, nel suo recente ‘Le inchieste di Rizzo’ (Robin edizioni, 2019), Raffaele Polo parla del trasloco delle statue che, dal loro luogo originale, sono approdate a Surbo.


E la storia inizia così:
“…Aveva una pagina bianca davanti, e la tentazione di riempirla, di scrivere qualcosa di getto, è stata subito pressante. Ma si era trattenuto, per un motivo semplicissimo: la sua calligrafia era decisamente illeggibile e, d’altro canto, scrivendo in fretta, non avrebbe potuto migliorarla. Allora, guardando la penna e il foglio di carta, era rimasto indeciso sul da farsi e poi, finalmente, aveva infilato il foglio nel rullo della macchina da scrivere e cominciato a battere sui tasti. Era una ‘lettera 22’ della Olivetti, con tutti i difetti comuni a questo tipo di strumento: i tasti si imbrigliavano tra loro e le lettere venivano spesso stampate su linee non propriamente orizzontali. In compenso, il nastro era nuovo, cambiato da poco. Così aveva iniziato a scrivere. Il suo Ufficio lo aveva mobilitato per risolvere una strana faccenda. Del resto, quella era la sua mansione e lui era abituato a ricevere le richieste più strane senza battere ciglio. Di solito, gli arrivava una busta sigillata con la sommaria descrizione di quello che gli richiedevano. E stava a lui capire e risolvere… Compito non sempre facile soprattutto perché le indicazioni erano sempre labili e frammentarie.
Anche quella volta, infatti, non si erano sprecati. Nella busta, che gli aveva recapitato il commesso, senza una parola, accorto solo a richiedergli la firma per ricevuta, con la specifica dell’orario, c’erano due immagini, di cui una sbiadita e rinveniente dall’altro secolo. E poi, un foglio manoscritto direttamente dal Generale che aveva la strana abitudine di firmare col pennarello. C’era scritto: ‘Sono le stesse? E perché sono andate a finire proprio lì?
Rizzo ha guardato con attenzione le immagini. Sì, c’era qualcosa in comune, praticamente era l’orologio con le statue, con due figure umane che lo fiancheggiavano, ad essere al centro dell’attenzione del Generale. Che aveva scritto l’interrogativo riferito al femminile plurale: quindi, doveva riferirsi alle statue che, dal Sedile di Lecce erano finite sulla chiesa Santa Maria del Popolo a Surbo (era scritto nella didascalia della foto a colori)… Ecco in cosa consisteva la sua prossima, improbabile ricerca. E, stavolta, niente incarico protocollato, niente richiesta scritta dal Comando. Solo un appunto del Generale che, evidentemente, non voleva testimoni né ufficialità.
Sospirando Rizzo si è chiesto come avrebbe fatto a giustificare la sua assenza dall’Ufficio.
Ha lasciato sulla scrivania il libro che stava leggendo (un’edizione del 1980 di Fontamara di Ignazio Silone), lanciando un’occhiata dispiaciuta agli altri libri che aveva sistemato nello spazio tra lo schermo del computer e la stampante:
1) Brunella Gasperini, Le note Blu;
2) Andrea Vitali, Una finestra vistalago;
3) Arthur Perez Reverte, Il codice dello scorpione.
Ricordava che, molti anni fa, aveva letto sull’argomento un articolo su Lu lampiune, un periodico di storia patria e curiosità salentine, edito da Ivan Cingolani, il sanguigno editore tragicamente scomparso, proprio su quell’argomento. Lo aveva scritto Raffaele Polo, uno degli suoi autori preferiti dall’Ufficiale. Ma, Rizzo ne era certo, si trattava di illazioni e realtà romanzesche che volevano solo segnalare quella curiosità e non altro… Come, in un altro articolo, si parlava di una lapide con iscrizione Mata Hari (Mata Hari nel Salento? Titolava il pezzo) oppure dei segnali massonici nei balconi leccesi… Bisognava comunque trovare quell’articolo e allegarlo, come documentazione, alla risposta da fornire al Generale…”
Iniziano le ricerche di Rizzo che chiede a chi di dovere informazioni sullo scritto:
“Un vecchio numero di una rivista di qualche anno fa, Lu Lampione. Non so se hai presente…” ha cominciato Rizzo.
“Ho presente, ho presente. E cosa cerchi, in particolare?” ha chiesto lei, aspirando più del normale la sigaretta.
“C’è un articolo di Raffaele Polo dove si parla delle statue che erano sul Sedile di Piazza Sant’Oronzo, a reggere l’orologio. Pare che siano finite a Surbo, sul tetto della Chiesa. E Polo ha scritto un pezzo interessante sull’argomento… Volevo leggerlo…” ha concluso l’Ufficiale, aspettando che la donna si decidesse a consultare la sua vasta emeroteca.
“Di questa cosa ne so più io di Polo, puoi scommetterci. E ti do una dritta, ti faccio un nome: Ante Topic Mimara. Mai sentito nominare?” ha cominciato la donna, schiacciando il mozzicone di sigaretta nel portacenere accanto al letto.
“In una breve sua comparsa nel Salento non solo sono spariti un po’ di importanti reperti e opere d’arte, ma sono anche stati rivenduti un po’ qua e un po’ là. E tutto è stato fatto abilmente e professionalmente alla luce del sole. Guardati attorno e quando non trovi qualcosa che dovrebbe essere al suo posto, sai a chi dovrai addossare la colpa. Ad esempio, dietro l’Anfiteatro, vicino alla Banca d’Italia, c’è tuttora un piedistallo, vuoto. Là c’era una bellissima aquila di bronzo…”
“Ma quella è stata fusa ai tempi del fascismo, per farne armi e cannoni…” ha interrotto l’Ufficiale, che aveva sentito questa storia da suo padre.
“Storie. Così hanno fatto credere. Ma se vuoi, ti dico anche dove è andata a finire, nel giardino di quale villa. E i cavalli della fontana che era nella Piazza del Vescovado? Anche quelli…”
Non resta che recarsi sul posto, per verificare. E Rizzo coglie l’occasione per farlo con la sua abituale compagna, salendo fin sulla terrazza della chiesa.
“Venite per le pubblicazioni?” ha detto un giovanotto che doveva essere sicuramente un sacerdote, anche se era vestito normalmente e non aveva neppure il solino bianco.
L’Ufficiale e la sua compagna hanno sorriso impercettibilmente. Lei lo ha urtato intenzionalmente, quasi a fargli intendere che, allora, anche il prete aveva capito tutto…
“Solo un’informazione, se è possibile” ha detto Rizzo, seriamente.
“Prego. Accomodiamoci in sagrestia e parliamo” ha suggerito quello, precedendoli nell’anonimo stanzone adibito a ufficio della chiesa.
“Le statue. Le statue che sono quassù…” ha detto l’Ufficiale, additando il soffitto e sospendendo la frase, aspettandosi che l’altro comprendesse al volo.
“Ah sì, hanno bisogno di una ripassata. E voi siete del ramo?” ha detto il padrone di casa, guardandoli interessato.
“Necessitano di un buon restauro. Sono anni che lo dicono tutti, non vorremmo che ci fosse il pericolo di un crollo…” ha aggiunto, guardandoli sornione.
“Certo, c’è il problema del prezzo…” ha concluso.
“Potremmo dare un’occhiata?” ha chiesto Rizzo.
“Ma certo, andate pure” gli ha risposto il giovanotto, indicando una porticina alle sue spalle.
Rizzo e la donna hanno intrapreso l’ascesa, nella semioscurità di quelle scale strette e poco pulite.
Sono sbucati sulla terrazza, un grande spazio privo di alcun ostacolo, su un lato del quale troneggiavano le due statue.
“Lu Giuanni e lu Marcantoni” ha mormorato Rizzo.
Viste da dietro erano veramente brutte: scolpite rozzamente, senza alcun segno particolare, sorrette da sbarre arrugginite, facevano impressione. Due giganti perduti là sopra a sorreggere due inutili campane…
“Sono gli stessi che erano sul Sedile, senza dubbio…” ha detto l’Ufficiale, scattando alcune foto dei due ruderi in pietra.
La donna ha indicato qualcosa, alla base della statua di sinistra. C’erano due lettere, incise rozzamente, quasi a voler marchiare l’intera statua.
“Questo può essere rivelatore” ha detto.
“M. M. ovvero Mirko Mimara” ha compitato Rizzo.
Sono discesi per la stessa scala, stando attenti a non scivolare sui gradini consunti.
“Tutto bene?” ha chiesto il sacerdote (adesso aveva il colletto bianco simbolo della sua professione…) vedendoli riapparire dalla porticina.
“Benissimo” ha risposto Rizzo. “Vedremo cosa si può fare. Piuttosto, quelle lettere sulla base di una statua…” ha buttato lì, senza parere l’Ufficiale.
“Sicuramente stanno per Matris Mariae. O per qualcosa di simile. Una sorta di dedica per far capire che quelle due raffigurazioni non sono certo laiche e miscredenti, ma sono al servizio della Chiesa…” ha concluso il prete, sorridendo e porgendo la mano. “Arrivederci” ha detto, congedandoli.
“A presto” ha assicurato Rizzo, uscendo da quella stanza, e dalla chiesa. Fuori, hanno alzato lo sguardo e contemplato i due giganti di pietra che sorreggevano le campane.
“Sono loro” ha detto Rizzo.
“Sì, ma non sapremo mai come sono arrivati qui…” ha concluso la donna, stringendosi a lui.

La storia completa, naturalmente, si dilunga su questo misterioso personaggio e ci lascia con qualche lecito dubbio. Ma esitazioni non ne ha Rizzo che così conclude la sua indagine:

Aveva cambiato alcune volte il foglio e adesso aveva concluso lo scritto. C’erano un po’ di errori da correggere e poi bisognava usare con precisione i correttori, strisce di carta con il verso che avrebbe cancellato il tratto d’inchiostro, sovrapponendo una patina bianca. Ruotando il cilindro della macchina da scrivere, ha estratto il foglio e lo ha impilato sugli altri.
Ha scritto poco, sintetizzando il risultato della sua ricerca: “ Le statue sono probabilmente le stesse, per dimensione e rassomiglianza. Alienate dalla Piazza di Lecce, sono state in seguito posizionate sulla chiesa di Surbo. Non vi sono documenti al riguardo. Le statue necessitano di pulizia e restauro, al più presto. Con osservanza l’Ufficiale Rizzo”.

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