La scuola sospesa, la didattica a distanza

Considerazioni sulla didattica ai tempi del Coronavirus

Giusy Gatti Perlangeli

La scuola “sospesa”.
Non è la distanza che fa la didattica. È la didattica che supera le distanze.
Quando la scuola diventa una squadra, la partita si vince. E non c’è distanza che tenga!
Ore 18.25 del 4 marzo 2020. Più di un mese fa oramai, arrivò l’annuncio. “È ufficiale: scuole chiuse da domani fino al 15 marzo – Per il governo non è stata una decisione semplice, abbiamo aspettato il parere del comitato tecnico scientifico e abbiamo deciso di sospendere le attività didattiche da domani al 15 marzo – ha detto il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina parlando a Palazzo Chigi”.


Alle 8:00 del giorno dopo, giovedì 5 marzo, nella mia scuola tutti, studenti e docenti, erano nelle classi virtuali di Google Suite per riannodare un filo che non si è mai spezzato, a proseguire quel dialogo educativo che è un diritto di tutti coloro che frequentano la scuola. Un dialogo che, iniziato a settembre nelle aule, andrà avanti fino alla chiusura ufficiale dell’anno scolastico 2019/2020.
Un anno che passerà alla storia.
Le competenze digitali non si improvvisano, l’acquisizione avviene nel tempo e in modo graduale: è frutto della costruzione di un sistema che in molte scuole è un processo avviato da tempo. Nella situazione di emergenza nella quale tutti ci siamo trovati improvvisamente, ogni cosa è andata al suo posto grazie all’impegno profuso negli anni. Ma per raggiungere un risultato così, il Dirigente del Majorana di Brindisi, l’animatore digitale e tutto lo staff di esperti nell’uso delle tecnologie applicate alle metodologie didattiche più innovative lavorano da anni e da anni coinvolgono tutte le componenti scolastiche in uno streaming che ci ha portato fin qui, ad applicare la DAD e a offrire “solidarietà digitale” a chiunque ne avesse bisogno. Alla fine, siamo diventati un po’ esperti tutti quanti (i ragazzi di più) e ogni giorno c’è uno scambio di conoscenze, di scoperte, di applicazioni che ci rende coprotagonisti del cambiamento che sta avvenendo nel mondo della scuola.
La Didattica a Distanza non è facile (neanche quella in presenza, in verità): lo studente per connettersi dev’essere convinto che farlo è meglio, molto meglio che starsene per i fatti propri, perché quello che ottiene è un approccio mirato e di qualità. E al di là di quello schermo sa che troverà i compagni e i propri proff e si collegherà con piacere, perché sa che sono tutti lì, dalla stessa parte, per scambiarsi qualcosa di prezioso: una comunanza di intenti e una vicinanza empatica autentica.
Come non è l’edificio che fa la scuola, non è lo schermo del computer o del tablet che rende efficace un’azione educativa, per di più “a distanza”. Non siamo lì per giudicare, né per essere giudicati. Siamo davanti o dietro uno schermo perché la situazione ce lo impone: non aggiungiamo stress allo stress.
Siamo i protagonisti di un atto educativo che cambierà per sempre la scuola. E se la scuola cambia, cambia la società. E questo ha effetti a lungo termine sul futuro.
Ebbene sì, noi, insieme, costruiamo il futuro! Lo vediamo nei loro occhi tutti i giorni, in classe, lo cerchiamo nelle voci, ora che siamo “distanti”. Abbiamo affinato l’orecchio: riconosciamo il tono della loro voce, cogliamo le sfumature, “sentiamo” come si sentono.

La mattina mi vesto, mi sistemo i capelli, mi trucco, indosso gli orecchini e metto il profumo…tutto uguale (niente tacchi però!). Il kit del prof. è già sistemato dalla sera prima. Accendo il computer, vado nella GSuite, seleziono Meet. Clicco su “partecipa” e li sento cinguettare. Parlottano tra loro, si scambiano impressioni e sensazioni come sempre hanno fatto. Che emozione la normalità! “Buongiorno prof! Buongiorno prof!” Ogni giorno è un miracolo sentire che ci sono: nessun assente! Caspita…non cedono! Scelgono di esserci, perché (è evidente) è meglio che non esserci. Questo mi commuove. “Come state ragazzi?” lo chiedo sempre, anche se ci siamo visti il giorno prima. “Come state ragazzi?” capiscono che mi preme proprio. Non è forma: è sostanza.

Penso che se i ragazzi provano interesse per qualcosa (la costruzione del loro futuro) sono disposti a tutto per raggiungerla. Io sono qui e do loro una mano. Come? Attraverso le mie “discipline” (che nome inadatto per le materie umanistiche!): mi faccio portavoce di storie, storie di uomini e di donne la cui meditazione, la cui sofferenza, la cui ribellione è diventata un’immortale opera d’arte. Hanno reso immortale l’humanitas.
È questo che voglio che resti (in presenza o a distanza): non nozioni e informazioni, ma scintille di umanità che illuminino questo periodo oscuro, che li aiutino a superare restrizioni e avversità. Enumerare quante cose sanno è relativo, misurare con un voto da uno a dieci pure, ma individuare quali traguardi hanno raggiunto e come, per diventare giovani donne e uomini con la mente aperta e libera, questo sì che mi interessa. Questo voglio “valutare”, recuperando (come sempre ho fatto) il significato etimologico del termine (dal latino “valitus”), attribuire valore, stimare, apprezzare. Mettere in luce quello che di positivo c’è in ogni studente. Sono convinta che su di loro dobbiamo investire tempo, impegno e risorse… Sono migliori di noi. Se lo meritano!

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