Massimo Troisi. La rivoluzione con il sorriso e la poesia

Cinema tv e teatro. Dagli esordi al suo ultimo film la mostra multimediale “Troisi Poeta Massimo” fino al 25 luglio è Napoli nelle sale di Castel dell’Ovo

Antonietta Fulvio

NAPOLI. Il sorriso e la poesia, nel cinema come nel teatro. E nella vita. Ottanta scatti privati e immagini d’archivio, locandine, documenti e carteggi inediti, installazioni audiovisive per raccontare “Troisi Poeta Massimo”. La mostra dedicata all’attore partenopeo giunge a Napoli nelle sale di Castel dell’Ovo dove è visitabile fino al prossimo 25 luglio.

La rassegna fotografica e multimediale promossa e organizzata da Istituto Luce-Cinecittà con Assessorato all’Istruzione, alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, 30 Miles Film e in collaborazione con Archivio Enrico Appetito, Rai Teche, Cinecittà si Mostra, CinecittàNews è curata da Nevio De Pascalis e Marco Dionisi con la supervisione di Stefano Veneruso regista e nipote di Massimo Troisi.


Sono passati ventisette anni da quel 4 giugno 1994, quando a distanza di dodici ore dall’ultimo ciak de Il Postino il cuore di Massimo si fermò per sempre. Quasi un presagio. Anche Mario Ruoppolo il postino che scopre la poesia di Neruda muore nel film capolavoro di Troisi – premio David di Donatello, 3 Nastri d’Argento 3 premi BAFTA e Premio Oscar per la struggente colonna sonora di Luisi Bacalov. Con il suo ultimo film, per certi versi il suo testamento spirituale, Massimo ci consegna un messaggio universale e inconfutabile «La poesia non è di chi scrive, è di chi se ne serve.» E, forse, solo vivere poeticamente dà un senso alla vita stessa. E viene in mente la sequenza in cui Mario Ruoppolo cerca di catturare per l’amico Poeta i suoni e le voci della sua isola, un’incantevole Procida negli anni 50, riscoperta nella sua naturale bellezza perché possa ricordarla sempre. Quando negli ultimi fotogrammi, il poeta Neruda-Noiret ascolta la registrazione si rende conto di quanto la sua poesia ha inequivocabilmente cambiato l’esistenza di Mario e del valore della semplicità che non è mai un fatto scontato ma solo la meta, forse irraggiungibile, di una vita intera. Quella di Massimo è stata certo troppo breve ma semplicemente straordinaria come il racconto che ne fa la mostra “Troisi Poeta Massimo’ che vuole essere un viaggio nell’animo umano di uno degli attori e autori più amati di sempre nella storia dello spettacolo italiano. Dopo il grande successo della mostra romana e l’attesa dovuta all’emergenza sanitaria, la mostra è arrivata finalmente nella ‘sua’ Napoli, con un nuovo percorso espositivo e un leit motiv interamente dedicato al rapporto di Massimo con la propria terra d’origine: la città, la napoletanità, il Napoli di Maradona, il rapporto con Pino Daniele. Una terra amata e mai rinnegata. Anzi. «Penso, sogno in napoletano, quando parlo italiano mi sembra di essere falso». Troisi ha vissuto sulla sua pelle luci e ombre, sofferenza e contraddizioni di una città spesso imprigionata in stereotipi difficili da sdradicare ma lui moderno Pulcinella, senza maschera, da naturale erede di Eduardo è riuscito ad attualizzare la tradizione sdoganandola da facili cliché. Massimo esordì sul set con “Ricomincio da tre’ perché «tre cose me sò riuscite ind’a vita, perché devo perdere pure chelle… », una pellicola innovativa come il protagonista, Gaetano, che incarnava per la prima volta il napoletano, quello della generazione post sessantottina, che in controtendenza non emigrava ma “viaggiava per conoscere”: un uomo del Sud più affine all’Ulisse dantesco che all’Ulisse omerico, macchinoso inventore del cavallo di Troia o peggio ancora all’emigrante strappalacrime delle sceneggiate di Mario Merola.

Foto Rasero / Guberti Archivio GRM FOto


Facendosi interprete dei dubbi e delle paure della sua generazione, con la sua arte proiettava lo sguardo “oltre”. Comico, attore, regista, sceneggiatore, Massimo Troisi ha cambiato il linguaggio cinematografico italiano, negli anni Ottanta e Novanta, la sua capacità di affrescare la società, sezionandola con intelligente ironia rende ancora paradossalmente attuali i suoi film come gli sketch teatrali andati in onda alla fine degli anni Settanta quando la Rai faceva il Varietà con programmi come “Non stop” e “Luna Park”. Poesia, teatro, televisione, cinema. Ma tutto inizia a San Giorgio a Cremano, alle falde del Vesuvio, in una famiglia numerosa, “la sua prima compagnia stabile’, dove l’unico modo per ritagliarsi uno spazio intimo e privato è scrivere poesie. «Scrivevo poesie. Poi ho cominciato a scrivere pensieri. Cercavo fisicamente uno spazio tutto mio, uno spazio intimo. Un segreto che non volevo condividere con nessuno.» La scrittura diventa necessaria e vitale, la sensibilità, la curiosità e l’ironia fanno il resto.
All’ingresso del percorso sono di grande impatto la gigantografia di Troisi fotografato da Pino Settanni e l’opera (Eccomi qui – Pulcinella per Massimo Troisi) dell’artista Lello Esposito appartenente alla collezione privata di Troisi e realizzata in bronzo con basamento in pietra lavica. E fluide scorrono le immagini nel video realizzato dall’Archivio Luce con interviste tratte dal fondo Mario Canale e momenti di backstage da “Il viaggio di Capitan Fracassa” e “Il postino” che guidano il pubblico alla scoperta di un “mito mite” tra i più talentuosi e amati figli di questa città. Ma l’emozione è destinata a crescere man mano che ci si addentra nelle varie sezioni della mostra, a cominciare dalla sala dedicata all’infanzia di Massimo. E si scopre che a due anni posa per la pubblicità del latte Mellin, si scorge la sua grafia nella lettera manoscritta a sette anni per il cognato Giorgio Veneruso, marito della sorella Annamaria, e poi le foto della prima bruciante passione: il calcio, cui dovrà rinunciare per la prima comparsa dei problemi al cuore, ma che non dimenticherà mai: la foto al San Paolo a centrocampo accanto a Diego Armando Maradona testimonia l’attaccamento alla sua squadra (Come non ricordare l’intervista con Minà in occasione della vittoria del primo scudetto?). E come succede quando si riaprono vecchi album di fotografie, la vita scorre all’indietro ed è difficile non provare un senso di nostalgia per quegli anni che sembrano essere stati vissuti troppo velocemente. Ed ecco scorrere le foto delle sue prime recite, nel garage di via San Giorgio Vecchio 31 il primo rudimentale palcoscenico. All’inizio degli anni ’70 inizia il sodalizio con gli amici di San Giorgio a Cremano, tra i quali Enzo Decaro e Lello Arena, che dal teatro amatoriale della compagnia “RH negativo”, diventeranno “I Saraceni” prima e “La Smorfia” poi. Insieme dal 1977 al 1980 con una comicità nuova e dirompente La Smorfia approdarono dalla tv al teatro. Inevitabile non sorridere davanti alle foto con la mitica calzamaglia nera, accompagnata dal cravattino bianco, che Troisi, incrocio in negativo tra Pulcinella e Charlot, abbandonò solo dopo anni. Documenti, fotografie, locandine, articoli di giornale, raccontano il rapido percorso dalla periferia partenopea ai grandi teatri di Napoli e Roma mentre due totem consentono di vedere e ascoltare le interviste realizzate proprio per la mostra ad amici, affetti, colleghi: testimonianze che rivelano aspetti personali e inattesi dell’uomo e dell’artista. Fra questi il nipote e collaboratore Stefano Veneruso, Enzo Decaro, la compagna e co-sceneggiatrice Anna Pavignano, Gianni Minà, Carlo Verdone, Massimo Bonetti, Gaetano Daniele amico d’infanzia e produttore, Renato Scarpa, Massimo Wertmüller, Marco Risi.
Ed è possibile ascoltare le canzoni composte in gioventù da Enzo Decaro e Troisi, rimaste per anni su carta e poi riprese nel disco ‘Poeta Massimo’ da Decaro nel 2008, con ospiti straordinari come Paolo Fresu, il Solis String Quartet, Rita Marcotulli, Daniele Sepe, Ezio Bosso, Lino Cannavacciuolo, Cecilia Chailly, James Senese.
C’è poi la sezione dedicata a La Smorfia in televisione che documenta il grande successo che il trio raggiunse partecipando a “Non Stop” il programma Rai di Enzo Trapani che lanciò nomi come Carlo Verdone e gruppi come I gatti di Vicolo dei Miracoli o i Giancattivi. Quello fu anche il luogo dell’incontro con Anna Pavignano, compagna e sceneggiatrice dei suoi film. In mostra oltre alle foto provenienti dall’archivio di famiglia, della Rai e dell’amico Enzo De Caro è possibile rivedere grazie a Rai Teche gli sketch andati in onda fino al 1980. Con la tv arrivarono le comparsate a fianco di amici e colleghi come Renzo Arbore, Gianni Minà, Roberto Benigni, Pippo Baudo; lo special Rai del 1982 ‘Morto Troisi, viva Troisi!
Una sala è dedicata al cinema di Troisi in sottofondo le colonne sonore dell’amico Pino Daniele – forse l’anima a lui a più affine scandiscono una carriera che copre un arco di appena tredici anni: foto dei set, locandine, documenti e due touchscreen per vedere interviste ad attori e registi. C’è il percorso dal successo inatteso e irresistibile di “Ricomincio da tre” (1981) all’incanto postumo e planetario de “Il postino” (1994). C’è l’evoluzione completa di un geniale autore comico che con una regia semplice ed essenziale e tempi perfetti dettava un nuovo modo di fare cinema grazie anche alla cucitura di testi scritti con Anna Pavignano che affrontavano sul grande schermo temi non facili come le insicurezze dei giovani, la psicologia femminile, l’estraniamento (di un emigrante, come di uno che si ritrova all’improvviso nel 1400…), l’amore, la politica. Un cinema di impegno civile, ma mai dichiarato, mai esposto. Vediamo un precisarsi di scrittura e temi nel rinnovato successo di “Scusate il ritardo” (1983) con un antieore generazionale, lo spostarsi in tempi storici dal picaresco ‘1400-quasi 1500’ di “Non ci resta che piangere” (1984) insieme a Roberto Benigni, al fascismo de “Le vie del Signore sono finite” (1987); il passaggio fondamentale attraverso e con Ettore Scola in tre film: “Splendor” (1988) e “Che ora è” (1989), con Marcello Mastroianni in una sorta di passaggio del testimone tra due grandi attori di grande carisma e poi “Il viaggio di Capitan Fracassa” (1990) con immagini splendide di Troisi-Pulcinella. Fu proprio Ettore Scola a chiamare Troisi ‘il nostro attore dei sentimenti’, e non ci sarebbe definizione più esatta per descrivere la sensibilità e la gamma di passioni che Troisi ha lasciato nel suo cinema.
Forse il più bel film sul sentimento dell’amore di tutta una generazione fu “Pensavo fosse amore invece era un calesse” (1991), che per certi versi segna il passaggio a un cinema ancor più intimo e autoriale.
Tra i carteggi spicca una lettera dattiloscritta del 1991 in cui un giovane studente di Economia e Commercio, di nome Paolo Sorrentino, chiede a Troisi di potergli fare da aiuto per il prossimo film. Non sarebbe accaduto, ma è forte la suggestione di questa paginetta che lega due registi applauditi agli Oscar.
Infine “Il Postino” adattamento cinematografico del romanzo dello scrittore cileno Antonio Skarmeta raccontato da una gigantografia di Massimo alias Mario Ruoppolo e dall’esposizione della bicicletta su cui il giovane postino porta la corrispondenza al poeta Pablo Neruda. Un ultimo spazio è dedicato alla proiezione di parti inedite del backstage che Stefano Veneruso realizzò durante le riprese del film, un controcampo toccante dell’atmosfera di divertimento, poesia e complicità vissuta sul set da Troisi con Philippe Noiret, Renato Scarpa, Maria Grazia Cucinotta, il regista Michael Redford, i collaboratori storici.
Un’esperienza immersiva di grande impatto emotivo è ritrovarsi nella stanza “affrescata” dall’artista Marco Innocenti con il collage pop di fotografie, frasi e carteggi che raccontano per frammenti di immagini la vita, gli spettacoli, i fim, gli affetti.
Con sarcasmo e una goffaggine solo apparente, Troisi ha raccontato la Napoli degli anni del dopo terremoto, così dannatamente uguali e sconvolgenti a quelli che ancor prima le avevano cambiato il volto con l’ombra della camorra ovunque, più terribile di quella del Vesuvio, e la speculazione edilizia che aveva concesso di edificare finanche nei canali di scorrimento della lava… L’eterno dramma del lavoro nero – «A Napoli il lavoro è sempre unito a qualcos’altro… da solo non si trova» – la disoccupazione, l’inquinamento… i problemi atavici della città partenopea venivano raccontati con umorismo puro, una satira a tratti dissacrante, ma mai volgare. E sembra paradossale che i soggetti della sua comicità siano temi ancora oggi attualissimi, quasi il tempo si fosse fermato e viene spontaneo chiedersi quanto ancora quest’artista geniale e rivoluzionario figlio del Vesuvio avrebbe potuto e saputo dare al cinema e al teatro. Considerazioni che fanno accrescere ancora di più la nostalgia per la sua assenza. Quella appocundria come cantava l’amico Pino Daniele che ce scoppia ogne minuto ‘mpietto.
Accompagna la mostra il libro monografico, edito da Luce-Cinecittà ed Edizioni Sabinae, per la cura di Nevio De Pascalis e Marco Dionisi e introdotto da Gianni Minà. Una parte del ricavato della vendita del volume sarà devoluta all’Associazione Bambini Cardiopatici nel mondo, di cui Massimo Troisi era sostenitore, un’associazione laica e indipendente, senza scopo di lucro, che ha la missione di assistere e curare bambini affetti da cardiopatie congenite.
(www.bambinicardiopatici.it)

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