Intervista a Isabella Briganti, Premio Lù Mière calicidicinema 2024

L’attrice romana è stata la protagonista della serata di premiazione del decennale Lù Mière calici di cinema ideato da Antonio Manzo. La manifestazione si è svolta a Lecce domenica 7 luglio nella suggestiva corte di Palazzo Brunetti. Abbiamo incontrato Isabella Briganti alla vigilia del Premio per parlare di cinema, il suo nuovo film Holy Shoes, diretto dal regista Luigi Di Capua è uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 4 luglio e probabilmente in primavera la rivedremo sul grande schermo con il film “Cuori di carta” della regista Kristina Sarkyte, interamente girato nel Salento. Ma anche di viaggi di formazione, soprattutto in India, di scelte di vita. Una persona autentica e sensibile, un’attrice che mette l’anima nei personaggi che interpreta come in tutto ciò che vive

Antonietta Fulvio

Una carriera lunga sedici anni, tantissimi personaggi, quando e come incontra il cinema Isabella Briganti

Il cinema è sempre stata una passione e ci arrivo perché cresco con Nonna Marcella che, pur non essendo stata un’attrice, lo era nel temperamento. Per un periodo della sua vita si era trovata a frequentare Anna Magnani perché la sua mamma insieme a mia zia avevano una tintoria e la Magnani voleva che ad occuparsi delle cose che la riguardavano fosse proprio la mia bisnonna e quando per qualche ragione lei non poteva andare preferiva mia nonna Marcella.  Nacque un grande afflato tra lei e la Magnani anche perché mia nonna è stata tra le prime donne ad occupare le case popolari e quando Anna Magnani si trovò a dover interpretare l’onorevole Angelina quale miglior fonte di ispirazione se non mia nonna che incarnava i personaggi meravigliosi del neorealismo.  Quindi nonna Marcella mi ha spinta molto, mi ha come addestrata, ricordo che da piccolissima alla domanda “cosa vuoi fare da grande” io dovevo rispondere l’attrice, non avrei potuto fare altro. Suo padre, un uomo molto severo fra quelli che ritenevano il cinema un luogo di perdizione, non la mandava nemmeno a ballare con le amiche, e quando nasce mia madre ci prova ma anche mio nonno aveva lo stesso rigore e non le permise nemmeno di partecipare al concorso di Miss Italia pur essendo stata scelta. Quando sono nata io, invece, i tempi erano cambiati, i miei genitori erano molto giovani e distratti da tante altre cose e lei con me ha avuto carta bianca. Avrà detto fra sé “questa non mi scappa”  e, in fondo, nonna Marcella è stata una specie di promoter, non so, andava dal parrucchiere incontrava Lella Costa e le parlava di me e mi faceva conoscere, era una forza della natura.  

Ma probabilmente aveva intuito e visto delle qualità in lei, è stata lungimirante…

Penso che in lei era talmente vivo questo fuoco che anche se non ci fossero state le avrebbe comunque viste, indubbiamente, a parte il famoso detto “Ogni scarrafone è bell’a mamma soja”.

Dove è nata Isabella?

Sono nata a Roma però nelle mie vene scorre anche un po’ di pummarole ‘ncoppe, dico io. Mio padre e tutta la sua famiglia sono di Napoli…

Ha ereditato il bello della romanità e della napoletanità allora…

In me c’è un grande mix, in realtà devo dirle che mi sento figlia del mondo, ci sono tanti posti in cui mi sono sentita a casa nella mia vita: in India dove sono stata per tanti anni in viaggio e ho studiato qualcosa che è stato molto importante per me come la filosofia orientale, la meditazione, l’Hatha Yoga di scuola tibetana, l’incontro con i maestri però anche in Egitto… ci sono dei posti che ho visitato e in cui mi sono sentita subito a casa.

Secondo lei che cos’è che fa sentire a casa?

Intanto energeticamente ciò che avverti come calore della gente del luogo. Lo senti se sei amata, accettata, gradita anche se entri e nessuno ti conosce. Ci sono delle sensazioni che vanno al di là della razionalità. Quando per esempio mi capita di stare a Napoli è facile, però non è che per tutti è la stessa cosa. La necessità di stare in ascolto nasce anche perché Roma è una città molto caotica e purtroppo nel caos si sopravvive, per me chi può vivere una vita semplice a contatto con la natura è un uomo fortunato.

Come arriva il suo primo film?

Arriva con un provino, mi scelgono per “Breakfast with Dracula”  di Fabrizio De Angelis, un genere horror, ancora ricordo la scena di me che correvo con una bellissima vestaglia di pizzo con Dracula alle calcagna. Però come sempre questo lavoro ti aiuta a metterti a nudo, alla prova. Davanti ad una macchina da presa che ti guarda, improvvisamente sei molto più scoperta e vulnerabile che nella vita. È pazzesco ma nella vita portiamo molte più maschere e poi quando ci troviamo davanti ad una telecamera si vede molto che cosa emani ed esprimi. Tutto questo mi affascinava perché l’ho percepito come uno strumento per conoscermi meglio.

Il cinema è stato dunque un terreno di formazione?

Assolutamente, qualcosa che mi permetteva di fare esperienze in un ambito anche lavorativo dove la chiave anche psicanalitica cominciava a funzionare perché ovviamente se puoi pensare, se puoi riflettere, vivere è molto più interessante e costruttivo che se invece ti fai trascinare da una corrente all’altra senza farti delle domande sulla propria esistenza. C’è un momento nella vita di un individuo che se non cominci a porti delle domande, gli alti e bassi si fanno sentire. Divento vegetariana, sostanzialmente mi sono interessata di quelle discipline riguardo la salute, l’alimentazione , avverto la necessità di capire cosa significa una vita sana, longeva. Noi abbiamo questo mito della giovinezza, ma senza salute che te ne fai?, Comincio ad interessare di alimentazione e capisco che l’alimentazione sana non può comprendere ciò che la medicina ayurvetica chiama raggiasica perché ti produce infiammazione. Mi sono dedicata all’arte del vivere, un vivere sano che è un concetto metafisico semplice, perché noi siamo quello che mangiamo, che sentiamo e Goethe dice “Tu incontrerai nel mondo quello che hai nel cuore” E quello che hai nel cuore chiama le persone e le cose che devono arrivarti. Per me è arrivato quello che meritavo. Poi la lotta tra il bene e il male è un principio del mondo materiale, quindi arriva sempre qualcosa con cui fare i conti, che devi combattere, però anche queste guerre non sono perché io voglio dimostrare che sono più forte di te ma perché non voglio che tu sotterri il mio sè profondo, quindi anche qui ti dico sono quella che si siede sulla riva del fiume e aspetta il cadavere. Perché io non faccio niente, non odio. Quelli che hanno deciso di essere i miei nemici, se pensano che io possa rispondere con l’odio, no, mai. L’arte di vivere è la strada principale che tutti dovrebbero percorrere, per me è cominciata, più di venti anni fa, grazie all’Hatha yoga di scuola tibetana dedicandomi allo studio delle discipline orientali da autodidatta e poi frequentando l’accademia del mio primo maestro yoga Jivan Mukta che mi ha illuminato su quello che è stato un percorso filosofico più che teologico.  

Un percorso che la porta in India…

Dopo un primo viaggio conoscitivo in India, a partire dai 24 anni sono stata poi in India ogni anno, per lunghi dieci anni ho seguito un guru, ho vissuto nell’ashram Phrasanthi Nilayam  situato a Puttaparthi, nella zona dell’Andhra Pradesh.

E nel 2005 fonda a Roma il centro di terapie del benessere Naturopratic

Con Naturopratic ho potuto donare a tante altre persone ciò che io avevo ricevuto, questo è un altro principio fondamentale dell’esistenza umana. Tu ricevi doni e se li condividi ne fioriscono ancora altri, l’esperienza dell’insegnamento è stata molto positiva per me e tuttora con alcuni allievi ho contatti ancora oggi nonostante siano passati tanti anni. Quando si semina bene, quando vai in profondità non rimani in superficie, probabilmente è vero il detto “chi si incontra veramente non si perde mai”. Puoi anche non vederti più con quella persona ma non la perdi. La depressione, il male del secolo, ha la sua radice nella superficialità dei rapporti. Nella vita di un essere umano ci sono delle esperienze, delle traiettorie dove tutto è stato importante, che tu faccia cinema, casalinga è come la fai quella cosa, quello che ci metti di te, il valore aggiunto è quello che scopri e riesci a comunicare, anche la più semplice delle azioni preparare un te può diventare un’esperienza molto interessante.

E tra gli accadimenti c’è il suo ritorno al cinema

A distanza di anni per caso, senza andarmela a cercare, quando pensavo che con questo lavoro fosse chiusa la parentesi, ricomincio a incontrare persone che invece me la riaprono. Ed erano persone che lavoravano nel mondo dello spettacolo, e mi ritrovo di nuovo in questa immersione e allora forse ho pensato “nonna, anche adesso non mi lasci in pace, non si è data per vinta”.

E come se dovesse compiere qualcosa che era rimasto incompiuto…

Sì una predestinazione. Allora, io la sento e ho detto “ci sono”. Quando ho detto questa famosa frase sono ricominciate ad affiorare delle opportunità. In questa prima fase della ripresa addirittura mi giungevano dei ruoli dove tutto quello che io avevo fatto con la mia esperienza spirituale era fondamentale. Il ruolo di mamma Irene in Don Zeno di Gianluigi Calderone, di Suor Giovanna in Il capitano di Vittorio Sindoni, compenetranti con quella che era stata la mia missione Quindi riprendo con ovviamente tutte le difficoltà. Perché come in tutti i lavori ci sono degli obblighi, bisogna allenarsi per non perdere la capacità di memorizzare, curare la voce, il fisico, c’è dietro Il lavoro dell’attore c’è un lavoro enorme che si completa sul set.

Nel 2016 arriva il film “Dove non ho mai abitato”. Un film che indaga le fragilità, il rapporto con i genitori spesso conflittuale e i sentimenti.  Un film a distanza di anni che tocca temi profondamente attuali

Questo film rappresenta il tipo di cinema che mi piacerebbe fare.

Nel film interpreta  Sandra, una donna che sa che intuisce il cerchio magico che si è creato tra Francesca e Massimo ma resta in silenzio…

Sandra è una donna che sa e rimane al suo posto. Quel cerchio magico le fa scoprire un compagno più interessante di quello che lei pensava di avere. A volte può capitare e continuerà a capitare che magari un rapporto si sta quasi esaurendo, poi arriva un episodio che scombina apparentemente la coppia ma in realtà lo vivifica.  Se il sentimento e il rapporto è solido quello di passaggio si esaurisce ma tu hai la possibilità di confrontarti e soprattutto di avere davanti a te un uomo che attraverso quell’esperienza ha fatto scoprire qualcosa che non conoscevi di lui. Infatti Massimo per lei diventa più interessante quando succede tutto questo. Gli attori calati in quei personaggi che erano talmente giusti che hanno raccontato molto di più di quello che c’era scritto nella sceneggiatura.

Prima però ci sono altre produzioni, “La stella dei re”,  Amor nello specchio, Rebecca la prima moglie,  Sei mai stata sulla luna in cui ha dato vita ad una serie di ruoli femminili sempre interessanti ma quando pensa a un ruolo che sente suo quale personaggio vorrebbe che le fosse proposto

Penso a ruoli come quelli nei film “Roma città aperta”, “Bellissima”, “Mamma Roma” che sono stati i miei film di formazione, per un ruolo così non so cosa farei parafrasando la canzone dei Matia Bazar. L’incontro con il grande ruolo lo sto ancora aspettando ma la mia soddisfazione sta nel fatto che nel mio firmamento ci sono tante piccole costellazioni, l’universo è stato molto generoso con me, mi ha fatto incontrare dei personaggi mai banali ai quali ho potuto conferire l’anima.

E a proposito di anima, bellissimo il ruolo di Adelaide, una donna colta determinante nella formazione del figlio Goffredo nella recente fiction “Mameli”

Adelaide è una donna libera di pensare e le anticipo che a breve uscirà la versione integrale su Rai educational dove si vedranno delle scene inedite rispetto alla versione andata in onda.

Una donna libera di pensare, un concetto ancora profondamente attuale.

Le donne hanno anche bisogno di tornare a casa perché in questa legittima sacrosanta lotta per affermare i loro diritti si sono dovuti sacrificare quei valori che senza la donna sono perduti, la donna è la regina della casa, la radice principale della famiglia e dell’educazione dei figli. L’uomo è chiamato ad altro per leggi divine e biologiche. Questo ritorno a casa è un aspetto molto doloroso che pochi hanno il coraggio di dirlo, quante invece di stare otto ore in ufficio davanti al computer starebbero volentieri a casa! Oggi non se lo possono più permettere, però è un aspetto della società, una piaga perché poi le giovani generazioni stanno risentendo tantissimo con bimbi che nascono e crescono comunque affidati ad altri. Non siamo dei robot, dopo otto ore che stai fuori di casa e lavori sfido chiunque a ritornare e ad avere la forza… siamo chiamate a lavorare 24 ore su 24. Si dovrebbe sposare una politica economica diversa, investire sul sociale. L’uomo ha diritto ad esercitare il suo libero arbitrio ma va educato, se non ci sono le leggi, le regole, la storia ci racconta che l’uomo può anche compiere delle barbarie.

E a proposito di sociale veniamo al film che la vede coprotagonista insieme a Carla Signoris “Holy Shoes” che arriverà nelle sale il 4 luglio ed è stato presentato fuori concorso al Festival del cinema di Torino

Il film ha un tema sociale importantissimo: la tirannia dei desideri. Oggi non sono più gli uomini che possiedono degli oggetti ma sono gli oggetti che possiedono gli uomini. Purtroppo non siamo più a scegliere un telefono ma obbligati ad averlo, siamo in una condizione ormai che senza questi strumenti non esistiamo. Tutto viaggia all’interno di questi strumenti, ma questi non ci consentono solo di stare connessi ma sono diventati input a comprare non c’è nemmeno bisogno di accendere la tv e vedere la pubblicità, perché appena prendi il telefono ti appaiono mille immagini, l’umanità rischia di finire, non lo dico perché sono una catastrofista, anzi sono molto positiva credo nell’eternità, nell’assoluto dio universo, però tutto questo ci porta continuamente ad avere un rapporto di ping pong tra ego e contro ego. Basta vedere i carrelli della spesa al supermercato che si riempiono di cose non solo spesso inutili ma dannosi alla salute. Questa fuga dall’essenziale è la tirannia dei desideri e degli oggetti sull’uomo purché si vendano è tutto ciò che interessa. Il film è strutturato in quattro episodi. Il personaggio di  Agnese è molto emblematico poiché nel film è quello che paga il prezzo più alto per il fascino che subisce dalla tirannia dei desideri ma proprio per questo la sua rinascita, dopo la discesa agli inferi, la riscatterà facendole trovare una forza in se stessa che non immaginava di avere. La nuova Agnese apparirà quindi con la luce della consapevolezza scolpita sul suo volto, una luce che non sarà più disposta a sacrificare per nessun desiderio al mondo!

In fase di postproduzione c’è però un altro film che è stato girato nel Salento

Recentemente ho partecipato a “Cuore di carta”, l’opera prima della regista lituana Cristina Sarkyte con Stefania Rocca, girato tra Lecce e Porto Badisco, dove interpreto Mina, una mamma molto fragile e forte allo stesso tempo che cade in una trappola di autodistruzione vittima di un uomo rozzo e violento ma per l’amore dei figli trova la forza di ribellarsi.  

Una storia di violenza domestica fatti ormai all’ordine del giorno, ahimè…

Oggi la società è umanamente parlando regredita. Purtroppo una forma di violenza è anche indifferenza. Indifferenza verso il nostro prossimo che soffre, che è in difficoltà. Ci sono tante forme di violenza, quando si manifesta nel suo aspetto più crudo è cominciata dall’indifferenza, da un senso di disagio, un disagio profondo lasciato lì marcire che genera dei mostri.

Il cinema deve avere dunque una funzione sociale importante e mostrare anche i lati scomodi

Il cinema deve proporre dei modelli. Alti. Dare l’esempio. Un modello alto può salvare un’intera  nazione. Il bello come il male è contagioso. Se diventa virale tutto è contagioso, ma se proponi dei modelli giusti questi arrivano proprio come quelli sbagliati e possono fare la differenza.

Quali sono i progetti futuri?

Con il regista Paolo Franchi c’è un grande scambio, una tappa in progress, c’è un nuovo progetto il  film dal titolo “Un giorno una notte”, le cui riprese dovrebbero partire in primavera, è la storia di una famiglia dove Olga, il mio personaggio,  sarà quella che cerca di trainare verso un percorso di maturità questa famiglia che tende ad avere dei contraccolpi dovuti ad una serie di accadimenti che saranno svelati. Olga è quella che più si sacrifica ed è anche quella più incompresa dalla famiglia e sono certa che con questo personaggio andrò verso quella maturità e quella grande prova che sentivo doveva arrivare.

Che significato ha per lei ricevere il premio Lù Mière?

Con Antonio ci conosciamo sin dalla prima edizione, e finalmente è arrivato il premio nel decennale io che l’ho visto nascere. Avevo appena finito di girare Sei mai stata sulla luna di Paolo Genovese che è stato girato in Puglia e mi fermo in vacanza perché naturalmente non potevo non andare a visitare i luoghi del film e un’amica comune ci presenta e da allora ho sempre seguito il Lù Mière e la sua passione per il cinema e l’arte, la musica… lui è un modello, il Lù Mière doveva diventare un po’ quello che per noi romani è Gigi Marzullo, Antonio Manzo dovrebbe avere una sua trasmissione anche su una tv locale e parlare del suo Lù Mière, parlare di cinema, di storia dell’arte perché lui ha una grande cultura e la Puglia è piena di luoghi meravigliosi che riesce intelligentemente a promuovere.

Antonietta Fulvio

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