Cinquant’anni senza Luchino Visconti
A proposito di anniversari, il 19 marzo l’addio al regista poeta e politico italiano
Raffaele Polo
Detto così, con sufficienza, il neorealismo ci fa subito immaginare tristissime scene in bianco e nero, inserite in trame approssimative dove l’essenziale è verificare la vita di ogni giorno della povera gente che è ancora la maggioranza, negli anni tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio del dopoguerra. Sono film che, oggi, solo in qualche cineforum specialistico, si possono rivedere. Cambiati i tempi, cambiate le aspirazioni che, sin dai primi anni Sessanta erano stati addirittura censurati dal perbenismo democristiano favorevole ad una ricostruzione dell’esistenza giornaliera che privilegiasse solo felicità, affermazione ed abbondanza, basta con i musi lunghi e con la memoria degli ancor vicini sacrifici…
In questo panorama, che ci ha offerto capolavori senza tempo, spicca la figura, emblematica e discussa, di Luchino Visconti che attraversa, con i suoi lavori, conosciutissimi, l’arco di tempo che va fino agli anni settanta, mantenendo pressochè intatta la voglia e la consistenza culturale del regista che è anche sceneggiatore, poeta, politico e ‘contestatore’ tout court.
Perché, al di fuori e al di sopra della sua incredibile maestria dietro la macchina da presa e ad organizzare ogni sorta di spettacoli, è la sua vita privata a riempire le cronache, ancorché castigate, di quegli anni. Basti ricordare che, accanto alle storie d’amore, vissute in anni diversi, con la stilista Coco Chanel, con le attrici Clara Calamai, Maria Denis, Marlene Dietrich e con la scrittrice Elsa Morante, Visconti non ha mai nascosto un suo orientamento bisessuale, che trova riferimenti espliciti in molti dei suoi film come in alcuni degli allestimenti teatrali di cui negli anni curò la regia. Negli anni trenta, a Parigi, ebbe una relazione con il fotografo Horst P. Horst. Tra il finire degli anni quaranta e l’inizio degli anni cinquanta, nel pieno della sua consacrazione professionale, intrecciò la sua storia umana e lavorativa con quella del collega, nonché scenografo dei suoi spettacoli, Franco Zeffirelli; i due convissero per un lungo periodo nella villa di Visconti sulla via Salaria. Nel 1956 tenne a battesimo il figlioccio Miguel Bosé. Dopo il 1965 Visconti fu legato da un’intensa relazione all’attore austriaco Helmut Berger: tale relazione proseguì, tra gli alti e bassi dovuti al vivace stile di vita di Berger, fino alla morte del regista.
E queste noterelle di cronaca interessano, magari, maggiormente che non il commento sui suoi capolavori, da ‘Ossessione’, ‘Il Gattopardo’, fino a ‘l’Innocente’, senza tralasciare il teatro che lo ha visto protagonista come animatore dei testi più importanti a livello mondiale.
Un genio, insomma, un uomo pieno di contraddizioni ma punto di riferimento fulgidissimo nella cultura italiana.
Ci ha lasciati il 19 marzo di cinquant’anni fa. E avrebbe sicuramente sorriso, lui autentico partigiano comunista, nel constatare come fosse mutato il panorama civile e politico di una terra che ha amato e presentato in tante sfaccettature, ma sempre con un occhio particolare per la gente comune.
