Ricordo di Massimo Troisi

 

 

Ricordo di Massimo Troisi

Comme passa ‘o tiempo

di Antonietta Fulvio

C’è una scena de “Il Postino”(1994), straordinaria e ultima prova d’attore per Massimo Troisi, che, probabilmente, racchiude l’essenza dell’uomo e dell’artista. Una sequenza che resta negli occhi, nella mente. Come il fruscio del vento o la risacca del mare  che il postino Mario Ruoppolo cerca di catturare per l’amico Poeta, Pablo Neruda, perché possa ricordare  i suoni e le voci della sua isola, un’incantevole Procida, negli anni 50, riscoperta nella sua bellezza proprio nel solco delle considerazioni del Poeta: « Quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia a un animo predisposto a comprenderla. »  Quando negli ultimi fotogrammi, il poeta Neruda-Noiret ascolta la registrazione si rende conto di quanto la sua poesia ha inequivocabilmente cambiato l’esistenza di Mario e del valore della semplicità che non è mai un fatto scontato ma solo la meta, forse irraggiungibile, di una vita intera.    « La poesia non è di chi scrive, è di chi se ne serve. »  – aveva detto il postino Ruoppolo al suo maestro, giustificandosi per averne sottratto una  da dedicare alla donna amata. Perché la poesia è vita. O è la vita ad essere poesia? Nel personaggio di Mario, Massimo Troisi  aveva, più che in altri, messo a nudo la sua anima, consegnando il suo testamento spirituale con un film che aveva voluto terminare, nonostante il peggioramento delle sue condizioni fisiche. Dodici ore dopo l’ultimo ciak, quel 4 giugno 1994, il suo cuore smise di battere ma le sue pellicole, la sua voce continua a far battere il nostro di cuore. Semplicità e poesia, ironia e fantasia, intelligenza e saggezza, comicità e malinconia, pigrizia ed espressività… Questo e altro ancora è Massimo Troisi.  Perché lui rivive nonostante siano già passati tre  lustri – mamma mia comme passa ‘o tiempo  – tre…lustri? – direbbe lui. Lui con il suo dialetto napoletano che sembrava incomprensibile, con le smorfie del suo viso da scugnizzo impenitente ma timido e dolce allo stesso tempo, con i suoi gesti pulcinelleschi e un po’ imbranati…  sin dagli esordi nel 1972 con il “Centro Teatro Spazio”  (divenuto prima “I Saraceni” e poi “La Smorfia”), in un garage di San Giorgio a Cremano, praticamente alle falde del Vesuvio… una comicità esplosiva e nuova, se pur radicata nella più autentica tradizione, ri-velata al pubblico televisivo nei tanti skecth andati in onda alla fine degli anni Settanta quando la Rai faceva il Varietà con programmi come “Non stop” e “Luna Park”, approdata infine al cinema con quel “Ricomincio da tre” perché « tre cose me sò riuscite ind’a vita, perché devo perdere pure chelle… ». Un successo. Inaspettato quanto grande, ma mai ostentato perché secondo la sua filosofia « Il successo è la lente di ingradimento per capire com’eri prima ». Due nastri d’Argento e due  David di Donatello e la programmazione per un anno: si presentò così alla cinematografia nazionale il giovane attore e regista napoletano. La conferma arrivò l’anno dopo con “Scusate il ritardo” seguito da quella straordinaria parodia “Non ci resta che piangere” (1984) con Roberto Benigni. Due grandi comici, i più grandi, dopo Totò, Aldo Fabrizi e i fratelli De Filippo.  In qualche misura, egli è l’erede di quei grandi attori capaci di far ridere in un momento storico drammatico come la guerra prima e il dopoguerra poi, anni segnati dal dolore e dalla fame.

Anche se in un epoca diversa, Troisi ha vissuto la sofferenza e le contraddizioni della sua città sulla sua pelle. Facendosi interprete dei dubbi e delle paure della sua generazione. Ma con la sua arte proiettava lo sguardo “oltre”. Indicava la strada, senza rinnegare però le proprie origini, la propria cultura. Comico, attore, regista, sceneggiatore, Massimo Troisi ha cambiato il linguaggio cinematografico italiano, negli anni Ottanta e Novanta, la sua capacità di affrescare la società, sezionandola con intelligente ironia, rende i fotogrammi dei suoi film ancora oggi verosimili. Mai nome fu più azzeccato per un artista che ha dato il massimo in tutto. Perché Massimo nella sua breve e intensa carriera è riuscito in una impresa non facile per uno che veniva dalla terra di Totò e di Eduardo. Con sarcasmo e una goffaggine solo apparente, Troisi ha raccontato la Napoli degli anni del dopo terremoto, così dannatamente uguali e sconvolgenti a quelli che ancor prima le avevano cambiato il volto con l’ombra della camorra ovunque, più terribile di quella del Vesuvio, e la speculazione edilizia che aveva concesso di edificare finanche nei canali di scorrimento della lava… Il lavoro nero – « A Napoli il lavoro è sempre unito a qualcos’altro…da solo non si trova» – la disoccupazione, l’inquinamento… i problemi atavici della città partenopea venivano raccontati con  umorismo puro,  una satira a tratti dissacrante, ma mai volgare. Come quando all’epoca de “La Smorfia”, il trio d’esordio con gli amici Enzo De Caro e Lello Arena, proponeva, tra il repertorio degli  skecth , uno a dir poco singolare, un nuovo “diluvio universale” e un  Mosè alle prese con il “minollo”, esemplare più unico che raro del genere umano, e i suoi tentativi per entrare nell’arca. Come non ricordare Massimo Troisi nelle vesti di Maria, ne ”L’Annunciazione”, con  Lello Arena, arcangelo Gabriele che sbagliava casa… o nel duetto davanti alla Statua di “San Gennaro”? Dalla religione alla politica, tutto veniva filtrato attraverso la lente dell’autoironia dote necessaria alla sopravvivenza in una città che vive di paradossi e contraddizioni e spesso imprigionata in stereotipi difficili da sradicare. Massimo esordì sul set con una pellicola innovativa come il protagonista, Gaetano, che incarnava per la prima volta il napoletano, quello della generazione post sessantottina, che in controtendenza non emigrava ma “viaggiava  per conoscere”: un uomo del Sud più affine all’Ulisse dantesco che all’Ulisse omerico, macchinoso inventore del cavallo di troia o peggio ancora all’emigrante strappalacrime secondo i clichè delle sceneggiate.  L’essenza della napoletaneità, l’amore per la sua terra restano nelle prove cinematografiche che ha lasciato. Emblematici in tal senso i versi che gli ha dedicato Benigni: “Con lui ho capito tutta la bellezza di Napoli , la gente e il suo destino e non m’ha mai parlato della pizza e non m’ha mai suonato il mandolino”.  La sua filmografia (dai primi titoli a “Pensavo fosse amore…”, “Capitan Fracassa”, “Splendor”…) è un viaggio dall’esterno all’interno, dalla città natale e oltre, all’interno  nei sentimenti, l’amicizia e l’amore, la vita e la morte (“Morto Troisi, viva Troisi”)  con semplicità disarmante, il sorriso intriso di malinconia e classe. Per lui valeva il detto napoletano “’a classe nun è acqua”. «Come i grandi del neorealismo  – scrisse di lui Gianni Minà  – sapeva cogliere il particolare delle cose, delle situazioni, perfino i tic delle persone e trasformarli in una introspezione ironica». Con  la potenza espressiva del dialetto  e la gestualità spontanea riusciva a scrutare l’animo umano evidenziando le debolezze,  le malattie immaginarie, i conflitti generazionali come nel capolavoro “Che ora è?”(1989) che gli valse la coppa Volpi, divisa in ex-aequo con l’indimenticabile Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia. E a svelare l’ipocrisia della società, mettendo a nudo virtù e difetti, ribaltando antichi dogmi «non si può morire per amore ma per impazienza di aspettare… ». Rivedere quei fotogrammi non solo diverte ancora ma, soprattutto, fa pensare a quanto le nuove frontiere della comicità debbano oggi a questo “comico dei sentimenti”, e forse non c’era modo migliore per celebrarlo che istituendo il premio  che porta il suo nome. Il Premio Troisi, che si svolge da 14 anni a Villa Bruno nella città natale,   è diventato l’osservatorio sulla comicità e ulteriore occasione per riflettere sul ruolo del comico che diventa  – o lo potrebbe diventare – la voce della libertà contro  la miopia politica. D’altronde già Totò aveva indicato quanto il potere temi essere messo in ridicolo.  Gli anni di Massimo non erano più diversi da quelli di oggi in fondo, i problemi  dalla spazzatura alla disoccupazione, dal traffico alla criminalità organizzata, la città di Napoli non li ha ancora risolti e riguardare oggi i suoi skecth  fa uno strano effetto.  Napoli continua ad essere una “carta sporca” come cantava  Pino Daniele amico fraterno di Massimo e autore delle più belle colonne sonore dei suoi film. E con lei anche tutto il Sud che si vuole relegato a margine, basta verificare a quanto si è finora fatto  in tema di politiche del territorio, pensando magari ad un ponte che possa risolvere i problemi di comunicazione quando poi le linee ferroviarie sono quasi ferme a quelle dei Borbone e la Salerno-Reggio Calabria è impraticabile. È sufficiente percorrerla per rendersi conto che l’idea di sviluppo si considera utopia da queste parti e sembra purtroppo logico temere che “Le vie del Signore”, parafrasando un altro grande film di Massimo, siano davvero finite.  E sarà pure utopia ma ci piace pensare e seguire la sua lezione. Scegliere tre cose, tre. E ricominciare. Ripartendo da lui e da quello che ci ha lasciato.

 

(pubblicato su Il Paese Nuovo, Culture, 4 giugno 2009- pag. 6)

 

 

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