La Settimana Santa in Sicilia

Un viaggio alla scoperta di usi, costumi, tradizioni e sapori pasquali

di Dario Bottaro

La Settimana Santa in Sicilia.
Un viaggio alla scoperta di usi, costumi, tradizioni e sapori pasquali
Chi visita la Sicilia in periodo di Quaresima, ma soprattutto nei giorni della Settimana Santa, non può non imbattersi in riti, processioni e tradizioni che affondano le loro radici nella storia di tutte le località che esistono in questa regione. In ogni città, grande o piccola che sia, i giorni più importanti per la cristianità vengono vissuti intensamente e con tempi che sembrano fermare il presente per ripresentare puntualmente un passato ricco di fascino, di memoria, di devozione e di mistero. Il “Mistero della Salvezza”, infatti, è vissuto dai siciliani in modo del tutto particolare, legati come siamo alla figura del Redentore e della Vergine Maria.

I viaggiatori che assistono alla solennità di questi riti, rimangono affascinati e immersi in una dimensione spazio/temporale, scandita dal suono della “troccula”, dei lamenti e delle marce funebri che come un’unica melodia di mestizia, sottolineano in tutta la Sicilia le fasi cruciali delle ultime ore di vita di Gesù, mettendone in risalto l’umanità oltre che la divinità. A questa umanità contrita, che assiste al rinnovarsi della Passione del Signore, è affidato il compito di tramandare le antiche tradizioni, molte delle quali di impronta spagnola come ad esempio le processioni dei “Misteri” ( fig. 1) che in buona parte della Sicilia, dalla parte orientale fino a quella occidentale, caratterizzano i giorni del “Triduo Pasquale”. Uno degli aspetti più importanti e messi in primo piano dal popolo siciliano è certamente l’attaccamento viscerale alla figura della Madre: “l’Addolorata” (fig. 2). A Maria dolente sono dedicati molti momenti già durante la Quaresima – in particolare i venerdì – per fare memoria di una Donna che è Madre di Dio e dell’umanità e in quanto tale, questo popolo siciliano si stringe intorno alle sue effigi piangenti trafitte da spade, per portare l’omaggio della preghiera e del silenzio, della contrizione e dell’amore filiale. Sono numerosissime le tradizioni che in questo periodo pongono Maria al centro della devozione e della religiosità popolare, quasi a voler manifestare il desidero profondo di consolarla e abbracciarla, consapevoli di quel dolore che è parte integrante dell’essere umano, da cui nessuno è indenne.

L’attaccamento alla Madre deriva certamente dall’antichità dei riti che, dal paganesimo, sono stati trasformati e adattati per inculturazione al cristianesimo e che prima dedicati alla madre terra, a Cerere o Demetra, sono stati calati nel mistero della morte e risurrezione di Cristo. Il fatto stesso che il periodo pasquale coincida con il rinnovarsi della terra, quindi con la rinascita e rigenerazione del creato, simboleggia quanto essi siano pregnanti con gli antichi culti pagani. Questo però è soltanto l’inizio, poiché l’evoluzione di tali usanze, nel corso dei secoli, ha acquisito consapevolezza e certezza di questo dramma umano che si consuma per la redenzione del mondo. Ed ecco che la Vergine Maria, in quanto Madre dell’umanità, viene messa al centro della devozione popolare, andando ad arricchire la centralità del mistero di Dio che nella morte e risurrezione del Figlio Gesù trova il suo culmine. Nel periodo che precede la “Pasqua”, ma soprattutto durante i giorni della “Settimana Santa” in Sicilia a farla da protagonisti sono i “drammi sacri” (fig. 3) e i momenti comunitari di grande fascino che sottolineano il mistero dell’uomo, la morte e la resurrezione. Ed ecco che in giro per i centri storici le “Confraternite” (fig. 4) sfilano con i loro abiti, contraddistinti dalle cappe di colori differenti che ne identificano l’appartenenza, spesso con i copricapo che celano interamente il volto, e ancora le “vare” con le statue che raffigurano i “Misteri della Passione”, dall’agonia nell’orto del Getsemani al Cristo flagellato (fig. 5), al Cristo che porta la croce, il Crocifisso, la Deposizione, il Cristo morto e l’Addolorata. Singole statue o gruppi statuari che risalgono all’epoca della dominazione spagnola, che in tanti luoghi purtroppo sono andati perduti, in altri smembrati e nuovamente assemblati, in altri ancora si vedono come un tempo, sfilare tra i lamenti degli uomini e le litanie delle donne, o al suono delle marce funebri delle bande musicali. Sfilano tra ali di folla che snocciola preghiere, lancia un invocazione, si commuove durante i caratteristici “incontri” (fig. 6) che avvengono solitamente nelle processioni del “Venerdì Santo” quando l’immagine di Cristo che sale al Calvario fronteggia quella della Vergine Addolorata che ha disperatamente cercato il Figlio per le strade della città, fino ad incontrarlo sulla via dolorosa. Sono momenti di forte commozione, di silenzio, di riflessione. Sin dalla “Domenica delle Palme”, alcune città si mobilitano per mettere in moto la macchina organizzativa della “Settimana Santa”, con il lavoro e la collaborazione di confrati e associazioni si realizzano spettacolari “Via Crucis” (fig. 7), si intronizzano e si addobbano le sacre immagini per il giorno della processione, si vestono le addolorate. Anche questo è un rito antichissimo, che vede coinvolte pochissime persone, in certi luoghi a porte chiuse, in altri durante riti pubblici, ma dove solo alcune donne provvedono alla vestizione della statua della Madonna. Alle statue lignee o i manichini settecenteschi vengono fatti indossare gli abiti più preziosi e i ricchi manti neri decorati a trame d’oro e d’argento, spesso dono di alcuni fedeli o dell’intera comunità. Sfilano su alti e preziosi baldacchini già dalla “Domenica delle Palme”, come nel caso “dell’Addolorata” di S. Maria la Nova a Scicli, il cui fercolo è addobbato da decine e decine di bambinelli in cera (fig. 8), simbolo di una grazia ricevuta o di un voto fatto.

Ci sono poi quelle funzioni religiose che non prevedono necessariamente una processione, ma che registrano la partecipazione di un flusso continuo di popolo durante tutta la giornata, come accade a Caltagirone nel convento dei Cappuccini, dove la statua “dell’Addolorata” accanto alla croce vuota, contempla il Figlio deposto ai suoi piedi (fig. 9). L’atmosfera solenne però raggiunge il suo culmine a partire dal “Giovedì Santo”, quando in serata dopo la celebrazione in “Coena Domini”, la pisside con l’Eucarestia viene solennemente portata nell’altare della Reposizione, in dialetto “Sepulcru” (Sepolcro) anche se questa definizione sappiamo essere teologicamente errata poiché Cristo non è ancora morto. Dopo questo rito sono moltissime le persone che iniziano a fare il giro delle chiese per visitare questi altari, allestiti con fiori, candele, drappi e i caratteristici “lavureddi” (lavoretti) portati in chiesa dai più piccoli. Si tratta di piccole ciotole nelle quali sono stati lasciati a germogliare chicchi di grano o legumi, adagiati su una base di cotone e deposti in un luogo al buio. In questa giornata vengono tirati fuori e addobbati con carta colorata, nastri e fiori e portati in chiesa ad arricchire i già fastosi altari (fig. 10). In molte città è anche il giorno della processione del “Cristo nell’orto” o del “Cristo alla Colonna” seguito da numeroso popolo come nel caso di Ispica (fig. 11) in provincia di Ragusa dove sin dal mercoledì notte i “cavari” – antica denominazione degli abitanti dei ceti minori – si recano presso l’antica chiesa della Cava dove secoli fa era custodito un antico Crocifisso, poi trasformato nella venerata immagine del “Patri a culonna” (Cristo alla colonna). Il “Venerdì Santo” è il giorno del lutto. Tutte le funzioni e le manifestazioni della religiosità popolare, benché solenni, vengono vissute con uno spirito ancora più penitente. A tratti il silenzio viene rotto dal suono della “troccula” , uno strumento in legno sul quale battono dei ferri che sostituisce la campana e dà il passo alla processione. A questo suono duro fanno eco i “lamenti” intonati da gruppi di uomini che si tramandano questa tradizione di famiglia in famiglia e sono custodi di un immenso patrimonio antropologico (fig. 12). Cantano ai piedi del “Crocifisso” o del “Cristo morto” comunemente chiamato “Monumentu” – come succede nelle cittadine dell’ennese ad esempio Barrafranca (fig. 13) o Pietraperzia (fig. 14) per citarne alcune – intonano il loro lamento a cappella, senza l’ausilio di uno strumento musicale. Agli uomini fanno eco le donne che cantano le loro strofe in dialetto rivolgendosi alla Madre Addolorata, vestite rigorosamente di nero, spesso con il capo coperto da un velo (fig. 15). Solenni e a volte stremanti sono le processioni di questa giornata poiché capita non di rado che in molti luoghi esse scandiscano l’intera giornata del “Venerdì Santo”, con la “cerca dell’Addolorata” di mattina (fig. 16), poi l’intronizzazione del “Crocifisso” nel corso della liturgia in chiesa, per andare avanti fino a notte fonda con la processione dei “Misteri” o quella del “Cristo morto e l’Addolorata” (fig. 17). Il “Sabato Santo” è il giorno del silenzio assoluto e della pia pratica di tenere compagnia a Maria presso il sepolcro del Figlio.

In molte chiese infatti, la statua della Vergine ammantata di nero non viene riposta nella sua cappella, ma su un altare o trono addobbato di fiori e candele, così che i fedeli possano andare a pregare e a consolare questa Madre per la perdita del Figlio. Sono ore scandite dal silenzio, passate a sgranare rosari e recitare preghiere sottovoce, limitando i gesti al segno della croce o a un veloce bacio alla Madonna (fig. 18). Ma il “Sabato Santo” è anche la vigilia del giorno più importante, quello della Resurrezione di Cristo che vince la morte e risorge a vita eterna. Ancora una volta nelle parrocchie e nelle città ci si mobilita per mettere in scena la fine del dramma e spazzare via il dolore con il grande grido di gioia. Al canto del gloria in moltissime chiese di tutta la Sicilia si assiste alla “calata da tila”, letteralmente la caduta della tela (fig. 19), con cui le grandi absidi delle chiese più importanti sono state coperte durante tutto il periodo quaresimale. Queste grandi tele di origine seicentesca e settecentesca raffigurano le scene cruciali della “Via Crucis” o il “Golgota” con la scena della “Crocifissione”. A mezzanotte, improvvisamente questi grandi teli vengono lasciati cadere giù, le chiese si illuminano, i cori cantano l’alleluja e sull’altare maggiore appare la statua del “Cristo risorto”. “Non è qui, è risorto” ci ricorda il Vangelo, e su questa frase il popolo siciliano ha costituito alcuni dei momenti più belli che possano viversi in Sicilia, ovvero le manifestazioni della “Domenica di Pasqua”. Ci sono luoghi dove già alla mezzanotte del “Sabato Santo” la statua del “Risorto” viene portata in trionfo per le vie della città come nel caso di Ferla, piccolo comune del siracusano incastonato sui Monti Iblei, che con la caratteristica e unica “Sciaccariata” saluta il trionfo di Dio sulla morte (fig. 20). Centinaia di “ciaccare” – fasci di rami secchi e paglia, vengono accesi ai bordi del corso principale per fare luce con la loro fiamma al passaggio della statua di “Gesù risorto” che correndo, risale la via preceduto e seguito da numerosi giovani e adulti che trascinano in strada queste enormi torce dando vita ad uno spettacolo unico e suggestivo di fuoco e scintille. La “Domenica di Pasqua” è dunque il giorno della gioia, dell’incontro in moltissime città, delle statue del “Cristo Risorto” (fig. 21) con la “Madonna di Pasqua o della Pace” (fig. 22). In questa occasione la statua della Vergine viene coperta con un manto nero che perderà alla vista del Figlio in un moto di gioia che commuove ed emoziona il popolo che partecipa con gli evviva e gli applausi. Lo sparo di mortaretti è il segno che la “Pace” è avvenuta, adesso le statue vengono condotte in gioiosa processione mentre le campane suonano a festa e ci si scambia gli auguri con parenti, amici e conoscenti. Una delle più belle tradizioni della “Domenica di Pasqua” è certamente la “Giunta” di Caltagirone dove l’attore principale è un grande manichino in cartapesta che raffigura “San Pietro” con in mano le chiavi della Chiesa, suo segno iconografico (fig. 23). Questo grande pupazzo – che in altre parti della Sicilia prende il nome di “Santone” – è costituito da una struttura interna ricoperta da una veste che viene fatta indossare ad un uomo il quale ha il compito di portare l’annuncio della Risurrezione. Nella piazza centrale della città, ai piedi della grande scalinata di S. Maria del Monte che brulica di gente, “San Pietro” inizia la sua corsa da un angolo all’altro tra gli applausi della folla festante. Per ben tre volte procede velocemente avanti e indietro tra il carro con l’antico gruppo statuario del “Cristo trionfante” (fig. 24) che si erge sul sepolcro e il fercolo della Vergine Maria ancora coperta dal manto nero. Al terzo inchino alla Vergine, ella aprendo le braccia con un meccanismo interno lascia cadere il manto nero, mostrandosi in tutta la sua bellezza, vestita di bianco e d’azzurro ed incoronata da una regale corona e dallo stellario (fig. 25). E’ in questo esatto istante che la folla esplode in un lungo applauso di gioia e negli evviva dei bambini che abbracciano i loro genitori e mandano un bacio alla Madonna, mentre lei lentamente si inchina davanti al Figlio che ha sconfitto la morte. Ma la Sicilia della Pasqua non è solo processioni e religiosità popolare. Anche la buona cucina fa la sua parte in questi ritmi antichi, con i dolci della tradizione che ancora oggi colorano e rallegrano le vetrine della pasticcerie affollate di paste di marzapane, agnellini di zucchero e dai caratteristici “panareddi” (fig. 26) che si usano consumare in famiglia il giorno di Pasqua. Si tratta di forme di “cestini, cuori, agnelli e colombe” realizzate con un impasto di pane dolce e decorato da uova sode e zuccherini colorati (fig. 27). Vere opere d’arte che prendono forma dalle ricette di famiglia, tramandate dalla tradizione e che arricchiscono le tavole siciliane in questa occasione, come una degna conclusione di tutto quel dolore che si è attraversato per giungere poi alla gioia del ritrovarsi insieme a condividere la bellezza della nostra storia che prende forma anche a tavola e aspetta soltanto di essere gustata.

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