Il Belvedere di San Leucio e il setificio reale: Ferdinandopoli

Il sogno di seta di Re Ferdinando di Borbone

Sara Foti Sciavaliere

Il Complesso monumentale del Belvedere di San Leucio è stato il sogno utopico Re Ferdinando per dar vita alla sua Ferdinandopoli, un borgo ideale dove dare esecuzione a un modello di giustizia e di equità sociale nuovo per le nazioni del XVIII secolo ispirato a una forma di socialismo illuminato. Innanzitutto esso rientra nei Siti Reali nati dalla politica di potenziamento dei Borbone, e oggi è uno dei beni UNESCO nel territorio della città di Caserta, insieme alla Reggia e all’Acquedotto Carolino.


Il Belvedere prende il nome al monte San Leucio la cui sommità, in passato, ospitava una piccola chiesa dedicata al vescovo alessandrino Leucio che peregrinando, tra il IV-V secolo, porta il Verbum Christi a Brindisi, città all’epoca ancora pagana e da lui cistianizzata; la tradizione vuole che quando Leucio di Alessandria morì, fu sepolto nella sua casa nella città pugliese, eretta a chiesa, e in seguito i suoi resti furono traslati prima a Trani e poi a Benevento, da qui parte delle spoglie giunsero anche a Capua dove la devozione al santo divenne così grande che sulla montagna fu eretta una chiesa a lui intitolata, una costruzione della quale non rimaneva altro che ruderi quando la montagna passò ai Borbone.
L’idea originaria di re Carlo era di creare sul monte San Leucio una riserva per la caccia al cinghiale e, poco più che ventenne, Ferdinando IV – che intanto era succeduto, a soli otto anni, sul trono di Napoli – portò a compimento gli intendimenti del padre. Il Real Casino del Belvedere d San Leucio sorge su un preesistente edificio degli Acquaviva, principi di Caserta e proprietari del feudo della città. Quando il re inizia a dimorare più stabilmente in qui luoghi, gli viene in mente di impiantare nel sito reale una fabbrica per la produzione della seta nella quale dare impiego agli abitanti del posto, in netto aumento. Si incominciò con installare “una sala regolare per la filanda” e dei filatoi azionati dalla acque della cascata del condotto carolino. Così da riserva di caccia e luogo ameno i cui trovare ristoro, San Leucio divenne la punta più avanzata della politica industriale di Ferdinando che, pari a un vero e proprio imprenditore, fu una presenza attiva all’interno del sito.

Saranno avviate una serie d’importanti costruzioni funzionali sia alla produzione serica, quali la Gran Filanda e l’antica Cocolliera – dove venivano allevati i bachi da seta -, sia alle esigenze abitative della Real Colonia, come la Trattoria e i Quartieri di San Carlo e San Ferdinando. Dall’estero arriveranno macchinari nuovi e più avanzati che, in aggiunta al lavoro di tecnici specializzati e i giovani mandati in Francia a formarsi per prendere l’arte della tessitura, daranno vita alla produzione di lavori più difficili e delicati dei veli fino ad allora prodotti: si passerà ai cosiddetti “tulli e filosci”, oltre a finissime calze a traforo.

Nel 1788 il re decise di riunire la popolazione in una Colonia cui concedette, l’anno successivo, un proprio Statuto attraverso la promulgazione del Codice delle Leggi. Alle locali maestranze leuciane si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi che si stabilirono a San Leucio richiamati dai molti benefici di cui usufruivano i lavoratori delle seterie. Di fatto, ai lavoratori delle seterie veniva data una casa all’interno della colonia, ed era inoltre prevista anche per i familiari la formazione gratuita e qui il re istituì difatti la prima scuola dell’obbligo d’Italia femminile e maschile che includeva discipline professionali, e le ore di lavoro erano 11, mentre nel resto d’Europa erano 14.
Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell’epoca, per far sì che durassero nel tempo (e sono tutt’oggi abitate) e fin dall’inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici. Alle donne ricevevano una dote dal re per sposare un appartenente della colonia, anche se a disposizione di tutti vi era una cassa comune “di carità”, dove ognuno versava una parte dei propri guadagni. Era abolita la proprietà privata, garantita l’assistenza agli anziani e agli infermi, ed era esaltato il valore della fratellanza. A San Leucio, uomo e donna godevano di una totale parità in un sistema che faceva perno esclusivamente sulla meritocrazia.
L’occupazione francese prima e i moti rivoluzionarono poi, misero in crisi l’attività della seteria. In seguito alla Restaurazione il progetto della neo-città venne completamente accantonato, anche se si continuarono ad ampliare industrie ed edifici, tra cui il Palazzo del Belvedere, anche con appalto di gestione a società private, tuttavia con l’unità d’Italia, il progetto utopico di re Ferdinando finì. Tutto fu inglobato nel demanio statale, ma tradizione e qualità nelle produzioni di tessuti serici sono rimaste ancora oggi, e San Leucio rimane la più chiara espressione del sogno illuminato dei Borbone, l’esperimento socio-economico tra i più avanzati in Europa.
La contestualizzazione storico e lo sviluppo delle vicende che hanno fatto da scenario alla realizzazione delle Reali seterie e del complesso monumentale intorno a esso era d’obbligo, ma come era – ed è – articolato il borgo della mancata Ferdinandopoli? Immaginando una visita in questo sito, si fa ingresso dalla cosiddetta Porta dei Leoni, rifacimento dell’antico accesso cinquecentesco alla proprietà degli Acquaviva, un grande portale sormontato dalle stemma reale e affiancato da due leoni in travertino di Bellona. Ma percorrendo la salitella che raggiunge la Porta si incontra (sulla sinistra) l’edificio trapezoidale della Trattoria, realizzato al di fuori del perimetro della Colonia Reale e destinato a ospitare i visitatori.

Quindi si entra davvero nella Reale Colonia di San Leucio e su ambo i lati si sviluppano i quartieri operai, il San Carlo e il San Ferdinando, che comprendono trentasette unità abitative. Gli edifici, a due soli piani coperti a tetto, sono costituiti da due cortine di case dai prospetti semplici e uniformi, seppure l’elegante serialità risulta impreziosita da pensiline in ferro battuto di stile liberty,aggiunti a cavallo della fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Agli spigoli delle cortine sono poste due fontane in travertino, sormontate da altrettante edicole votive destinate ad accogliere le immagini dei santi titolari dei due quartieri. Essi dovevano ospitare gli abitanti della Colonia e ciascuna unità abitativa era costituita da seminterrato per depositi e stalle, pianterreno con cucina, gabinetto e zona pranzo oltre a un vano dove era posizionato il telaio, poi c’è il primo piano con le camere da letto e un orto-giardino.

I Quartieri operai sono collegati al palazzo del Belvedere da una scalinata a doppia rampa che racchiude le scuderie reali. Le due rampe terminano sul piazzale del Belvedere, davanti all’ingresso della chiesa dedicata a San Ferdinando Re, ricavata dal salone delle feste del Belvedere. Nella parte occidentale del Casino Reale del Belvedere vi sono una serie di giardini all’italiana disposti su terrazzamenti e collegati da scalette in travertino. All’interno sono presenti delle fontane intorno alle quali, sono posti alberi da frutta – pero, melo, limone, pesco,albicocco, susino, melograno – oltre al giardino degli aranci.

A destra dell’avancorpo del Real Casino si estende il cortile aperto, delimitato su tre lati da altrettanti edifici in collegamento e in fondo al cortile (a metà del prospetto del prospetto frontale), si erge la statua in stucco di re Ferdinando, il fondatore della colonia. Questa costruzione centrale ospitava al piano terreno la cucina reale, al primo piano ambienti con orditoi e incanatoi di sete colorate e una stanza destinata “al piegaggio”, mentre al secondo piano si trovavano gli spezi per i telai della Real fabbrica. L’edificio comunica, a sinistra, con la costruzione a due piani dove erano collocati – al pianterreno – i filatoi e – al piano superiore – l’incannatoio per le sete grezze e le macchine per “il raddoppiamento”. Qui, una porta, mette in comunicazione la Fabbrica con i Reali Appartamenti. Prima di spostarci però all’interno l’attenzione, soffermandoci nel cortile aperto, (a sinistra) no si può notare un’installazione contemporanea. L’opera, in ferro battuto, è un nastro scultura omaggio ai tessuti serici; “La porta della seta”, come è stata battezzata, è stata ideata dagli architetti Fabrizio Silvestri e Antonella Petrillo, vincitori di un concorso bandito dall’ordine degli Architetti di Caserta. La scultura vuole essere “un omaggio alla preziosità, alla raffinatezza, ai bagliori di luce che la sete riesce a catturare”, “è un segno di speranza, un’apirazione”.

Quelli che erano gli spazi destinati al primo impianto per la produzione serica sono stati allestiti per ospitare una ricca sezione di Archeologia Industriale, che propone la storia della seta, la bachicoltura, le fasi del processo di lavorazione e le varie macchine e accessori necessarie per esse. Di notevole interesse, a piano terra, i due grandi torcitoi che una volta erano mossi da macchine idrauliche, oggi da motori. I due torcitoi sono stati ricostruiti sugli antichi disegni esistenti. Terminato il giro didattico in questa sorta di museo che richiama le atmosfere dei tempi in cui quelle sale era vivacizzate dall’umana esistenza degli operai e delle operaie che qui dovevano essere impegnate alacremente, ciascuno al proprio compito, con la consapevolezza di realizzare tessuti raffinati che dovevano puntare alla perfezione della fattura, pensate che gli scampoli di seta imperfetti non uscivano dalla Reale Fabbrica, ma venivano disfatti e tessuti nuovamente.

Negli Appartamenti Reali – in cui si contavano trentaquattro stanze – , di particolare rilevanza, gli affreschi del soffitto della stanza da pranzo eseguiti dal Fedele Fischetti con scene allegoriche degli amori di Bacco ed Arianna, ma soprattutto il monumentale bagno cosiddetto di Maria Carolina, con, alle pareti, disegni a encausto di Philipp Hackert rappresentanti figure allegoriche. Il grandioso bagno reale ha una capacità pari a “sessantadue botti d’acqua” con “pavimento di marmo a encausto nelle pareti all’Ercolana”. Esso fu commissionato nel 1792 dal re al pittore tedesco Hackert per uso suo personale. L’impressione, entrando nell’ambiente, è che la vasca sia più simile a una piscina al coperto per le sue dimensioni, e purtroppo i dipinti a encausto risultano assai danneggiati dall’umidità che filtra dalla parete posta a ridosso della montagna. Ma procedendo negli altri ambienti del Quarto Reale, le finestre della camera da letto danno sul cortile aperto, e lì lo sguardo cade di nuovo sul nastro in ferro battuto, i decori che simulano quelli del damasco e una farfalla che pare adagiarsi leggera sul nastro, che guarda la città di Caserta nel panorama sottostante. “La porta della seta apre verso il passato: la produzione serica, la colonia il lavoro, la maestria millenaria, la preziosità dei tessuti, la passione. La porta della seta apre verso il futuro, verso le nuove possibilità, le nuove lavorazioni e opportunità di sviluppo in una stretta di connessione di anime”, come hanno spiegato gli stessi autori.

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