Partenope la sirena e la città

Dal 3 aprile al 6 luglio 2026 nelle sale del MANN di Napoli la mostra tra miti, archeologia e antropologia culturale ripercorre il legame indissolubile con la sirena e le sue trasformazioni nei secoli

NAPOLI. Il mito della sirena Partenope in un racconto per immagini. “Parthenope. La Sirena e la città” è il titolo della mostra allestita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dal 3 aprile al 6 luglio 2026, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, che accompagna il visitatore, sala dopo sala, alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope.


Non è un caso che i napoletani abbiano a cuore anche l’appellativo di partenopei che deriva dal primo insediamento greco sull’attuale collina di Pizzofalcone, legato alla sirena Parthenope sepolta nella spiaggia sottostante. Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce entrata di fatto nella vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze” (dove si recavano ancora nell’800 le donne del popolo per chiedere protezione per il parto) alle decorazioni su edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.
Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica.
Oltre duecentocinquanta opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia (significativamente, l’opera lascerà la mostra per la prima settimana di maggio in occasione della processione in onore di San Gennaro, per poi ritornare al MANN dopo i festeggiamenti).

Napoli, MANN, allestimento (foto ufficio stampa)


L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del
Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al MANN.
Nell’ultima sala della mostra, come a chiudere il cerchio, gli apparati multimediali e le riproduzioni dei murales rivelano quanto la Sirena sia diventata un’icona “metropolitana”, come quella “carnale”, ormai celebre, realizzata dall’artista conosciuto come Trallallà.
La mostra parte dalla forma delle Sirene e indaga la progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri vivono nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello per diventare, nel Medioevo, donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes. Un articolato apparato multimediale accompagna l’esposizione dei materiali, per comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti.
Ampio spazio è riservato alla storia dell’abitato di Parthenope, con la presentazione di manufatti archeologici fino ad ora mai esposti, in parte provenienti da collezione privata e in parte ritrovati nel corso dei recenti scavi per la Metropolitana: oggetti e frammenti, che permettono di datare la fondazione della città all’VIII secolo a.C. e di comprendere la rete di scambi commerciali e culturali in cui era inserita.
La mostra accompagna il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova”, fondata a poca distanza da Parthenope alla fine del VI secolo a.C., e del permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

Napoli, MANN, allestimento (foto ufficio stampa)


Il percorso è diviso in tre macrosezioni – ciascuna individuata da un colore (celeste, giallo e rosso porpora) – a loro volta articolate in sette sale, il cui allestimento è curato dallo studio di architettura di Gregorio Pecorelli.
La mostra si avvale del contributo di prestiti importanti provenienti dalle istituzioni coinvolte, come il celebre cratere
del naufragio dal Museo di Villa Arbusto, che apre il percorso di visita, con un rimando alle difficoltà della navigazione verso l’ignoto; dal Museo Archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet” proviene l’anfora calcidese con sirene, galli e motivi floreali, scelta come immagine guida della mostra; dai Musei di Berlino è giunta l’oinochoe attica a figure nere che raffigura Odisseo con un doppio paio di braccia, quasi a rendere il movimento frenetico provocato dal canto ammaliatore delle sirene; dal British Museum arrivano lo stamnos a figure rosse con il tuffo in picchiata della Sirena dopo il passaggio di Odisseo e l’affresco pompeiano in cui sono rappresentate le ossa dei naviganti caduti nel tranello delle Sirene; significativa,
infine, la presenza in allestimento di sarcofagi di età imperiale e paleocristiana, in cui il re di Itaca è rappresentato mentre resiste alla tentazione (non a caso nel sarcofago del Museo Nazionale Romano, presente in mostra, la scena è affiancata a una conversazione filosofica, come prova di equilibrio e saggezza).
Tra le curiosità dell’allestimento, una matrice apparentemente informe, riferibile alle officine bronzistiche operanti a Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua romana), tra I sec. a.C. e I sec. d.C.: qui le indagini tomografiche hanno permesso di rilevare la forma di un oggetto, una piccola sirena, che poteva decorare lucerne, arredi o grandi vasi.
Ricca la sezione dedicata all’insediamento di Parthenope, su cui hanno gettato luce anche i recenti scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana: in un viaggio diacronico, che parte dall’VIII sec. a.C., è possibile non solo ricostruire, anche tramite il supporto video, l’antica configurazione del paesaggio, ma soprattutto raccontare quanto il culto della sirena diventi un filo conduttore che unisce le diverse aree della città, tra acropoli (Sant’Aniello a Caponapoli) e fascia costiera (piazza Nicola Amore), dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici.
L’esposizione traccia anche un viaggio significativo tra opere che vanno dal Basso Medioevo alla contemporaneità: due rilievi, l’uno rinvenuto presso la cattedrale di Bari (fine XI sec.), il secondo ritrovato presso la chiesa di san Pietro di Alba Fucens (XII secolo), testimoniano il passaggio dall’iconografia della Sirena uccello a quella della Sirena pesce; tra i pezzi più interessanti di fine Cinquecento figura una sirena in bronzo della collezione Del Monte e Barberini; nel passaggio fra Ottocento e Novecento, la Sirena acquista un aspetto seducente e ammaliatore, come testimoniano il nudo della figlia Giuseppina come Sirena (1911) di Vincenzo Gemito, la Sirena in legno dorato (1915) di Guido Balsamo Stella e la Sirenetta in gesso policromo (1917) di Hendrik Christian Andersen. Chiude il percorso una sala dedicata alla Sirena in città, con il busto seicentesco di Santa Patrizia (in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero), che assorbe alcuni attributi della Sirena, e una carrellata di fotografie, scattate da Sabrina De Gaudio, che fissa alcune trasposizioni contemporanee del mito (tra queste, la celebre Sirena murales di Trallalà e la Sirena Lilith negli stencil LSD Alisei)
In mostra sono esposti anche alcuni pregevoli volumi provenienti dal fondo antico della biblioteca del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: la “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, che ritrova, nella tradizione mitologica, il fondamento della costruzione identitaria della città; le “Historiae neapolitanae…” di Giulio Cesare Capaccio (edizione del 1771), che consolida il nesso tra mito, topografia e memoria civica; i “Monumenti antichi inediti spiegati…” (edizione del 1821) – di Johann Joachim Winckelmann, in cui figura una splendida incisione sulla sirena in forma d’uccello; la guida “Un mese a Napoli “ – di Achille de Lauzieres, edita da Gaetano Nobile (1850), volume che restituisce l’immagine di una città in trasformazione, documentandone il fermento ottocentesco.
Tra i supporti multimediali presenti in mostra si segnala un video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., agli albori della colonizzazione greca in Occidente. Il video, basato su un rigoroso studio scientifico e su un’approfondita ricerca bibliografica, è stato realizzato in collaborazione con la
Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Napoli. Il “volo” dello sguardo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno, incontra un Vesuvio molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto, si raggiungono il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, quello di Pizzofalcone e, sormontata la collina di Posillipo, i Campi Flegrei, Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia. (an.fu.)

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