Vito Mancuso, una guida dei perplessi

 

Ve lo dico io chi è D(io)

 

di Francesco Pasca

 

Di Dio tutti ne parlano, ne hanno sempre parlato, ma esistono tempi in cui se ne discute ancora di più, si sente il bisogno di revisionarlo, far credere o meno, suscitare l’interrogativo che sia l’Uomo della porta accanto , quello che non si conosce bene, sino in fondo, o che si rispetta solo per il sapere che è Uomo rispettabile, insomma, ci si comporta come è d’obbligo in una qualsiasi societas dove è ormai scomparsa la casa a corte ed il pianerottolo è troppo stretto per tenervi qualunque intrattenimento, cenacolo, persino scambiare il saluto. E, quando il pianerottolo porta verso le scale non è raro discenderle o risalirle incontrando gli audience di una trasmissione televisiva, quello finale del grande pianerottolo, in cui, condominialmente, siamo portati a dissentire su tutto. Lì non è più sufficiente un saluto frettoloso o un ossequio, occorre enfatizzare il gesto, farlo diventare un rispettabile segno di croce. Perciò, oggi, ho deciso, vi dirò io chi è D(io). Voglio aggiungere, alla mia solitaria pratica dello scrivere, quella dei tanti che ne hanno elaborato. Ecco in arrivo la mia provocazione che sta per diventare racconto, ma che vi anticipo d’aver già da tempo iniziato e appena terminato. Ha un titolo forzatamente ambiguo: “L’A(Thea)- l’Uomo di Nazareth”. Lancio l’appello: Cerco Editore, anche gratis.

Fatto l’appello editoriale mi chiedo: È curioso che tutti lo chiamino Padre, che tutti lo associno all’Uno e che sia anche Trino, all’essere quindi Padre, Figlio e Spirito. Curioso l’esigere, comunque, d’essere Uomo dal quale non può che nascere altro Uomo, beninteso, anch’Egli, esclusivamente, maschio. Per sfuggire a simile catalogazione, nel mio libro di prossima pubblicazione, ho deciso di dichiararvelo come D(io), presentarvelo come la prima persona di qualunque verbo andrete a coniugare. L’IO non potrà essere così che maschio e femmina, più vicino alla nostra e vostra somiglianza e molto più di quanto se ne creda o ne crediate.

 

Tutto nasce dall’IO, dunque.

D(IO) è per questo che può essere meglio osservato. Ora, perché ne parlo? L’essermi ritrovato, l’aver assistito, nel segno della musica, alle varie iniziative intraprese in questi ultimi giorni, con e per il monologo “delirante” di Celentano e alle angoscianti precisazioni dei media e dei neo-neo, quelli fabbricatesi all’uopo, teologi di turno, mi ha di fatto schizzato il parafango della conoscenza. (preciso per il “buon” Celentano il termine delirante: L’artista se è sommo ed è tale perché da altri dichiarato, non può che essere il rispecchiamento di una società altrettanto delirante, ne è prova il prosieguo, e, perche no, anche il mio). Lasciato e già perso il preambolo, ho con me, ho letto, un bel tomo: Io e Dio – una guida dei perplessi del teologo e kantiano Vito Mancuso per Garzanti. Una bellissima copertina colore azzurro, simbolicamente ben azzeccata, riporta una galassia dal gradevole senso del bello. Sulla quarta di copertina è riportato: Il teologo italiano pone la dottrina cattolica di fronte alle sue contraddizioni interne (…) bisognerebbe potergli rispondere, ma per farlo bisognerebbe avere la medesima esigenza di verità intellettuale. Questo è quanto dice Laurent Lemoine nell’O.P., «La Vie Spirituelle». Non ho ancora letto l’intero testo di Lemoine, ma, della, per ora sola estrapolazione fatta, sono d’accordo, in linea. Non possiedo la verità, ma ne sento l’esigenza, e, prima d’iniziare la mia frettolosa analisi m’azzardo nel dire che, probabilmente, Celentano nella sua proverbiale “ignoranza” abbia letto come me il Mancuso in oggetto. Dieci sono i capitoli tra prologo e guida bibliografica. Il Tomo di ben 480 pagine è accompagnato dalla vastità di conoscenza dell’autore e oltre che iniziare con un breve prologo s’arricchisce di Instrumenta laboris, di un laboratorio di circostanze necessaria. Suo Corredo ha il nome di Vita, di Sacro, di Religione comparata con il Mito, di Fede e a conclusione afferma un nome, Dio.

Nelle perplessità (non iniziali e non a caso), nel suo gran finale, vi sono: “Dieci domande, venti risposte”.

Qui mi sono soffermato a lungo. Già il trovarsi annunciate venti risposte, come se il doppio di dieci fosse il doppio delle domande mancanti mi ha piacevolmente sorpreso, soprattutto trovandone solo dieci sapientemente mescolate in due tra certezza di un Dio che c’è,  ma che può anche non esserci. Tranne la 3 e 4, tutte sono state unite dall’eterna necessità di ordine e di un ordinatore. Ho ritrovato l’imprescindibile natura e storia che unisce e al contempo disordina nell’annullamento dello stesso Dio e, con la stessa sorpresa di prima, mi sono lasciato sconvolgere nella consapevolezza di una probabile(auspicabile?) Norimberga di natura cosmica. Mancuso così conclude a pag. 43, alla fine delle venti risposte: “ … Penso risulti chiaro a tutti quanto sia difficile rispondere alla questione di quale sia «la domanda» di cui Dio sarebbe la risposta …” La mia tirata di brache filosofica ha però un’altra conclusione: se una o più d’una sono le risposte, Dio non può essere né Uno né Trino dovendo dare certezza alle dieci domande, supposto che siano dieci solo per rispettare un numero cabalistico. UNA delle tante domande. Qui sembrerebbe l’inizio e il finire di Mancuso, ma statene tranquilli, se lo leggerete, è appena tutto iniziato. L’autore al punto (7) dà nome alla Storia e l’enuncia come la vittoria delle tenebre. La vittoria sembrerebbe quella sulla-della Storia che è poi la stessa Bibbia, insomma il nome rivelazione è Bibbia. Ciò che dapprima è definita: “rivelazione giudaico-cristiana”, è, poi, nella sua specificità assoluta, ascritta come “attestazione di Dio per il genere umano”. Mi resta supporre che la si generalizzi e la si estenda a tutta l’umanità di qualunque religione e genere umano. È poca cosa se le pagine della Bibbia, a mio e suo dire, diventino via via interessanti!?, noiose!? o persino immorali!?

Dice Mancuso:” Se la religione nasce come tentativo di dare un senso al mistero della vita, il primo strumento con cui lavora in questo suo tentativo è il Mito.” È difficile contrariarlo. Se non lo avessi letto parrebbe affermare che ciò che non esiste è vero. Infatti Mancuso ne disquisisce dicendo:”il fatto che sia un elemento mitico all’interno di un racconto mitico non significa che non sia degno di verità come evento storicamente avvenuto; significa che lo è di più. Il mito è più vero della storia.” Mi verrebbe da propiziare che nel mito c’è l’io, quindi, vi è anche lo stretto rapporto con Dio, altrimenti con quale storia, con quale Dio potrei mai cimentarmi ed essere. Leggendo Mancuso mi è chiaro che, una possibilità di definizione la si possa trovare o andarla a ricercare nell’Arte o in chi dell’Arte ne sa fare risultato. Il libro è interessante, leggetelo. La perplessità è trovarsi ad immaginare il dialogo fra DIO e il nostro IO. Scoprire, ad esempio, la retorica della maiuscola è un buon viatico. Il Bene, cos’è il Bene? Non è forse la diversità e la provvisorietà dello stesso Bene? Questo è quanto noi continuiamo a dire e a convincerci. Nel testo, per Mancuso le percentuali fluttuanti dei credenti dichiaratisi sono tra 75,4 per cento e l’83 per cento, numeri compresi fra le cifre espresse dagli europei e dagli americani.

L’invenzione del numero, dei numeri, è pari all’invenzione di Dio?

A pag. 116 Mancuso ce lo dice e ci dà la dritta sul significato di segno e simbolo, ci induce a ragionare col termine di “Vero” e dal sostantivo passa al verbo con: mettere insieme, unire, collegare. Ci richiama così all’altro sostantivo che se ne nutre, religio, e, al pari del Symbolon, mette insieme la Realtà simboleggiata e il Soggetto che ne fa esperienza. Ogni buon ateo e ogni buon cristiano-cattolico dovrebbe leggere anche questo testo per comprendere la differenza fra la misura delle concretezze e la misura delle diversità. Scoprire la misura che si contrassegna con il canone e che diventa: diritto canonico, canonizzazione, canone biblico, canone cattolico con i suoi 73 libri, canone greco-ortodosso con i suoi 78, canone protestante con i suoi 66.

Quanti IO sono messi a confronto? Tanti IO per uno stesso DIO? Un solo Gesù, quattro Vangeli, molte contraddizioni. Leggete a pag. 331, Mancuso ci offre una visione d’insieme e la esperimenta in nove passi. Leggete attentamente la sua teoria spirituale suddivisa in dodici parti (pag.413-428) Lì vi è l’annunciato rischio da non correre, quello percorso da sempre, quello tra spirito e materia, entrambi da lui dichiarati degenerazioni di esperienze. L’Arte è degenerazione di esperienze!? Mancuso avverte: Dio è indimostrabile. Con questo suo testo, datato settembre 2011, l’autore ci offre la prospettiva che lo giustifica dinanzi al tribunale della sua ragione e conclude con: “Una fede più umana – sull’intelligenza che si sottomette spontaneamente alla bellezza e alla verità.”

Aver letto tutte e 480 pagine non vuol dire aver compreso chi è Dio, posso solo concludere e dirvi cos’è, dov’è:

È qui!? Dove?

E, se in quel Luogo non vi fosse più memoria, né origine da raccontare o immagine di opera da creare? Se pur preziosa, la mia esperienza, si sarà fatta simile al caso, da aspettare? Dov’è l'(ES)istito se vi è perennemente perdita di memoria, di civiltà? Dov’è se non vi è più narrata l’I(dea), dove potrà mai essere scritta la Storia?

Ecco allora che:

Togliete i muri!!!

Fate dello spazio lo spartito più grande su cui ricordare-scrivere i vostri suoni e nomi.

Fate dello spazio il contenitore di altro spazio e poi sia il Dio dell’io ed ancora dopo l’ancora, sia ancora lancora.

Fate spazio!!!

Fatelo diventare vibrazione di immateriale assoluto.

E dei muri?

Che non siano gli Dei degli Dei.

Che siano,

Igne Natura Renovatur Integra

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