Padula, la Certosa di San Lorenzo

Nel Vallo di Diano, l’antico borgo con la casa di Joe Petrosino emblema di legalità è la prima Certosa del Sud Italia, patrimonio Unesco dal 1998

Sara Foti Sciavaliere

Nel Vallo di Diano c’è un borgo antico, Padula, che custodisce la laboriosità dei maestri scalpellini che ancora oggi lavorano il marmo bianco delle sue cave, con la casa di Joe Petrosino emblema della legalità moderna, il Sacrario dei Trecento che racconta l’epopea di Carlo Pisacane e dei suoi uomini, ma soprattutto la Certosa di Padula commissionata dal casato dei Sanseverino ai Frati Certosini nel 1306, la prima Certosa del Sud, Patrimonio Unesco dal 1998.


La costruzione della Certosa di San Lorenzo, uno dei monasteri più grandi d’Europa con una superficie totale che supera i 50.000 metri quadri, fu promossa e finanziata da Tommaso Sanseverino, a partire da una più antica Grancia già dedicata a San Lorenzo.
L’impresa di San Severino fu ispirata oltre che da motivazione di ordine religioso e devozionale anche dalle necessità di bonificare dalle paludi le loro proprietà nel Vallo di Diano.
La costruzione del complesso segue lo schema consueto dell’Ordine cistercense fondato nel 1084 da San Brunone di Colonia, in Francia, basato sulla netta distinzione di due grandi aree funzionali: la “casa bassa” – domus inferior – e la “casa alta” – domus superior. La casa bassa comprendeva i luoghi di lavoro: depositi, granai, stalle, lavanderie, destinati ai conversi, i frati che non hanno ricevuto gli ordini religiosi e che erano preposti ai servizi manuali e alla sussistenza materiale della comunità, mantenendo i rapporti con il mondo esterno. La casa alta, nettamente separata, è la zona di residenza dei padri, luogo di silenzio meditazione e clausura.
La distribuzione architettonica degli spazi della Certosa rispecchiano, dunque, la stessa suddivisione della comunità certosina: da una parte i monaci del chiostro i padri votati alla solitudine, alla preghiera, alla lettura e al lavoro nell’intimità delle loro celle, da cui escono solo nelle occasioni previste dalla Regola; dall’altra i conversi o fratelli che assicurano i servizi quotidiani necessari alla comunità, le attività amministrative, agricole e artigianali.
Nel corso dei secoli, la Certosa cresce in dimensioni e prestigio, fino alla soppressione napoleonica durante il Decennio francese di primo ‘800 e alle definitiva soppressione degli ordini monastici nel 1886, dopo una breve parentesi di ritorno dei monaci. Nonostante sia stato dichiarato Monumento Nazionale, nel 1882 il complesso dei certosini conoscerà un destino di degrado e abbandono condannato per decenni alla funzione di carcere, lazzaretto, caserma, scuola e campo di prigionia durante le Guerre Mondiali.
Solo dal 1982, grazie ad un importante lavoro di restauro, la Certosa riconquista la sua dignità e il suo prestigio, ricevendo poi l’investitura UNESCO di Patrimonio dell’Umanità.
Ma iniziamo la nostra visita alla Certosa di San Lorenzo superando il grande portale monumentale che fiancheggia la cosiddetta “Cappella delle donne” e accediamo alla corte esterna, l’area della casa bassa.
Questo spazio è introdotto dagli ambienti un tempo destinati ad accogliere la spezieria. La vera e propria corte fu iniziata nel ‘500 e completata nel ‘700, è una grande area rettangolare interamente realizzata in pietra di Padula, delimitata su due lati dalle fabbriche del monastero destinato a stalle, depositi, lavanderia, granai e forni, cantine e frantoio, e infine le bufalare con i locali per la lavorazione del latte. Era questo il luogo preposto agli scambi commerciali con la comunità esterna.
In un angolo possiamo notare un enorme macchina in ferro, che sicuramente attira la curiosità di molti. Di cosa si tratta?
È la grande padella “leonardiana” creata nel 2000 su progetti e disegni di Leonardo da Vinci dagli artigiani padulesi, fra tutti Leonardo Lombardi. Utilizzata tutt’oggi per la preparazione di una frittata da record riproposta nella nota rievocazione storica di Padula che si ripete ormai da 28 edizioni, il 10 agosto, per ricordare un evento risalente a 1535.
Un’antica leggenda narra infatti che presso la Certosa di San Lorenzo a Padula, per il passaggio dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, di ritorno dalla vittoriosa battaglia di Tunisi contro il pirata ottomano Barbarossa, i monaci certosini prepararono per colazione una frittata da Guinness dei primati di ben mille uova. Il sovrano compiaciuto per l’ospitalità ricevuta, decise di assegnare alla comunità monastica ulteriori privilegi.
La preparazione di questa frittata leggendaria è stata citata anche nel film del 1967 di Francesco Rosi “C’era una volta…” con Sofia Loren ed Omar Sharif. E traendo ispirazione da questo aneddoto, ogni anno viene messa in scena la rievocazione storica con un corteo di figuranti e la mega frittata.
Ma ritorniamo alla nostra visita.
Il prospetto scenografico in fondo alla corte, decorato con statue di santi e pinnacoli, segna invece il confine con il varco di accesso alla “casa alta”, la soglia proibita agli estranei. Almeno era così al tempo in cui i monaci si muovevano tra queste ieratiche mura. Oggi i visitatori possono tranquillamente varcare quella soglia e accederanno così al primo chiostro del monastero, il chiostro della foresteria.
Qui, al piano superiore, si trovava alla foresteria un ambiente destinato ai rari ospiti di riguardo ammessi in Certosa; il loggiato elegante e decorato con scene di paesaggio del XVII-XVIII secolo.
Dal portico del chiostro si accede alla chiesa di San Lorenzo. L’ingresso al tempio è concesso da un portone in legno di cedro del Libano, racchiuso da un portale in pietra cinquecentesco opera probabilmente di Baboccio da Piperno.
La chiesa, con volte a crociere di origine trecentesca e stucchi del XVIII secolo, è diviso due parti, ricalcando lo schema architettonico dell’intero impianto monastico e separando così gli spazi destinati ai monaci conversi da quelli dei padri di clausura.
Da una porta alla sinistra dell’abside, si giunge alla sala delle campane, nella quale vi sono tre fori nella volta, che un tempo vedevano il passaggio al loro interno delle funi delle campane. Dalla sala tre porte (esclusa quella che conduce alla chiesa) danno accesso ad altrettanti ambienti: Sala del Tesoro, Sala del Capitolo e il chiostro del Cimitero antico.
La prima è decorata da stucco e da un affresco che raffigura “La caduta degli angeli ribelli”, mentre è lungo le pareti conserva grandi armadi di noce, intarsiati con radica di ulivo, che custodivano gli arredi sacri più preziosi. Nella Sala del Capitolo, invece, con stucchi settecenteschi e altari in pietra di Padula, il Padre Priore riuniva i monaci per risolvere questioni rilevanti per la vita ordinaria e straordinaria della comunità.
Immediatamente adiacente il cinquecentesco chiostro del Cimitero antico, è quasi nascosto nel cuore del complesso. Al centro una croce in pietra, esso veniva attraversato dai padri di clausura per raggiungere la chiesa dalle celle. Le sue dimensioni ridotte sono dovute alla Regola certosina che prescriveva sepolture senza bara e con una croce anonima, direttamente nella nuda terra.
Dal piccolo chiostro si può accedere alla Cappella del Fondatore, il Refettorio e le cucine con la cantina.
Un piccolo vano dove sulla parete di destra troviamo il monumento funebre dedicato a Tommaso Sanseverino anche se è in realtà la cappella viene completata più di un secolo dopo la morte del nobile: il suo sarcofago cinquecentesco in pietra il fondatore è raffigurato nelle vesti di un guerriero dormiente.
Il refettorio settecentesco invece è presente 61 stalli in legno di sui quali si devono i monaci all’ora dei pasti, ma solo nei giorni festivi e in tempo di Quaresima, perché la Regola prescriveva pranzi frugali, senza carne, consumati nella solitudine della celle. Nel silenzio, davanti a lunghi tavoli andati distrutti, un padre leggeva testi sacri dal pulpito di marmo intarsiato che si vede campeggiare in alto, lungo il lato lungo di destra. Sulla parete di fondo un grande dipinto a olio su un muro con le “Nozze di Cana”.
La cucina con volta a botte, invece, viene realizzata nel corso del ‘700, riadattando un ambiente forse destinato un tempo a Sala del Capitolo. L’affresco sulla parete di fondo, del 1652, raffigura un soggetto estraneo alla funzione dell’ambiente “La deposizione di Cristo tra San Lorenzo e Certosini”. L’arredo scarno si imperniava su tavoli da lavoro in pietra e una cappa enorme sopra il bollitore antico. Vicino alla cappa un passaggio conduce alle cantine con un grande torchio di fine ‘700. Oltre agli alimenti le cantine erano destinate alla riserva di vino, consentito dalla Regola una volta al giorno.
Proseguiamo verso il Chiostro Grande, noto per essere uno dei più grandi al mondo con i suoi oltre 15milla metri quadrati. Conta di due ordini di portici, quello superiore – chiuso – era la cosiddetta “passeggiata d’inverno”, per la camminata settimanale dei padri al di fuori delle loro celle, e appunto sul portico inferiore affacciano le porticine delle 26 celle dei monaci cistercensi, ognuna delle quali è costituita da tre o quattro stanze più una loggia che si apre su un piccolo giardino. Tra esse, sono lungo le pareti del porticato delle finestrine grazie alle quali veniva portato il cibo ai monaci di clausura; a questa compito era deputati i conversi.
Sul versante orientale del chiostro invece è il cimitero dei monaci, recintato da una balaustra sulla quale sono scolpiti teschi ed altri simboli di morte; il cimitero è datato 1729 ma fu eseguito su un progetto anteriore di Cosimo Fanzago, sostituendo probabilmente nell’uso quello del chiostro del Cimitero antico.
Sul lato opposto dell’ingresso principale al chiostro, a ovest, troviamo il monumentale Scalone ellittico. Chiuso all’esterno da una torre ottagonale, lo scalone conduce al primo piano del chiostro grande, alla “passeggiata d’inverno”. L’opera è frutto di Gaetano Barba, architetto allievo di Luigi Vanvitelli.
Tornando indietro visitiamo il “quarto del priore”. L’appartamento si sviluppa in circa dieci sale dell’area meridionale del complesso, la cui porta d’ingresso precede di poco quella della scala elicoidale che conduce alla biblioteca. Alcune sale, quelle rivolte verso il Chiostro dei Procuratori, dove si può ammirare un lapidarium, ospitano il Museo Archeologico Provinciale della Lucania occidentale, nato nel 1957 con lo scopo di accogliere i reperti archeologici rinvenuti in quella zona geografica.
Nelle restanti sale che lo compongono sono conservate alcune testimonianze settecentesche della Certosa, come la cappella di San Michele Arcangelo, decorata da stucchi, mobilia ed affreschi barocchi del Settecento. Il quarto del priore consta anche di un chiostro del XVIII secolo che si estende alle spalle delle celle dei certosini, sul lato meridionale del chiostro grande, e che collega direttamente la Certosa con i giardini a sud del complesso monastico. Il chiostro, di forma rettangolare allungata, è caratterizzato da una loggia con soffitto con decorazione a cassettoni e con parete affrescata con Paesaggi di mare.
Attraversare i chiostri della Certosa, calpestare le lastre di pietra dura e i pavimenti di marmo policromo, in un silenzio surreale, è come un viaggio nel tempo. Si immagina di vedere fare capolino un certosino in abito bianco da una delle celle e allontanarsi muto e meditante verso lo scalone ellittico per la sua camminata settimanale il piano superiore del Chiostro Grande e scomparire dal nostro sguardo così come apparso.

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