I luoghi di Sant’Agata a Catania

Un itinerario di storia e fede dedicato alla Santuzza del capoluogo etneo

Sara Foti Sciavaliere

Il 3 febbraio prendono il via le festività agatine, una pittoresca manifestazione di fede e folclore popolare, di credenze e rievocazione storica, che culmina il 5 febbraio, il giorno dell’ultimo martirio di Sant’Agata che a Catania, la sua città, subì nell’anno 251 d.C. Erano i tempi delle persecuzioni dell’imperatore Decio contro i cristiani e Agata erano una giovane nobile e cristiana che aveva attirato l’interesse di Quinziano, il proconsole romano della Sicilia, il quale amministrava la giustizia dell’Urbe da Catania, che a quel tempo era la città di riferimento per l’intera provincia romana sicula. Quinziano tentò più volte di avere la bella Agata, ma lei, seppure poco più che adolescente era già una fervente cristiana, tanto che dal vescovo locale aveva ricevuto il permesso di indossare il velo rosso delle vergini votate a Cristo, il cosiddetto flammeum, proprio per il colore rosso di una fiamma. Si racconta che il proconsole fosse uomo rude e superbo e incassò male il “due di picche” della ragazza, tanto che in risposta mandò le sue guardia ad arrestarla nella casa di Galermo – una località poco a nord-ovest di Catania –, dove la vergine e la sua famiglia si erano trasferiti dalla dimora cittadina. Di quest’ultimo luogo non rimane che una marmorea lapide commemorativa, posta sul prospetto meridionale dell’ex convento di San Placido – in via Museo Biscari –, per segnalare il presunto luogo della casa natale della Santuzza: nei locali sotterranei del convento è stata rinvenuta una stanza databile probabilmente al III sec. d.C. Ma proseguiamo il nostro percorso nel cuore del capoluogo etneo e immaginiamo quei luoghi di oggi che si sovrappongono a quelli di ieri, di un lontano passato del qual però è possibile ancora coglierne frammenti.

Riprendiamo dunque la storia della bella Agata, muovendoci sui suoi passi. Una volta arrestata, la vergine fu condotta nella casa della matrona romana nota – non a caso – con il nome di Afrodisia, dove la ragazza fu rimproverata emessa in guardia sui pericoli che l’aspettavano se si fosse ostinata a professore l’illegale credo cristiano anziché adorare gli dèi romani e avesse perseverato nel suo rifiuto al proconsole. Per un intero mese – era il gennaio 251 d.C. –, la matrona e le sue nove figlie – secondo la tradizione, tutte dissolute quanto la madre – tentarono ripetutamente di convincere Agata a rinunciare ai voti e ad abbandonarsi ai piaceri della vita; lei però fu irremovibile nella fermezza della sua fede e Quinziano, spazientito, ordinò che fosse condotta al proprio cospetto con l’accusa di rifiutare di antichi dèi, quindi scortata dalle guardie nel palazzo del proconsole e rinchiusa nel buio carcere civico. Il palazzo era un enorme complesso di edifici collocato sul margine nord-orientale della collina di Monte Vergine e si affacciava sul sottostante anfiteatro cittadino, quello stesso di cui oggi se ne possono ammirare i resti nello scavo di Piazza Stesicoro, mentre sul fondo scena si erge in altura una chiesa, quella di San Biagio in Sant’Agata alla Fornace, più su, alle sue spalle, percorrendo un tratto di via Cappuccini c’è il Santuario di Sant’Agata al Carcere. Sono questi i luoghi più strettamente connessi alla testimonianza di fede della vergine e al suo martirio.
Il suo processo durò tre giorni ed ebbe inizio con la richiesta di rinnegare la sua fede in Cristo, ma all’ennesimo rifiuto della ragazza il proconsole diede l’ordine di sottoporla a supplizi sempre più terribili finché non avesse abbandonato il suo credo e riconosciuto e adorato gli dèi e l’imperatore. I carnefici dapprima la schiaffeggiarono con crescente violenza mentre la intimavano a rinnegare Cristo, ma sembrava irremovibile e Quinziano ordinò che venisse legata a un eculeus – un cavalletto di legno – per essere frustata, stirata dai polsi e dalle caviglie, e infine lacerata nelle carni con uncini di ferro. Neanche il terribile dolore fece cavillare la fede di Agata , scatenando l’ira del proconsole che la fece sottoporre alla tortura dello strappo delle mammelle con lame e tenaglie roventi. Alla nuova richiesta di abiurare, secondo la tradizione, la giovane malgrado il patimento ebbe la forza di rispondere a Quinziano: «Empio, crudele e disumano tiranno, non ti vergogni di strappare ad una donna le sorgenti della vita da cui prendesti alimenti dal petto di tua madre?». Fiaccata nel corpo ma non nello spirito, Agata fu quindi ricondotta nei sotterranei del palazzo e fu rinchiusa nella sua piccola cella, con il categorico divieto di lasciarle ricevere cure per le orribili ferite che le squarciavano il petto sanguinante. Quella notte tuttavia le ferite furono guarite e la tradizione religiosa riferisce che all’indomani i seni erano cresciuti miracolosamente per opera di San Pietro che le aveva fatto visita. Tale episodio è ricordato da una lapide e un bassorilievo che troviamo nella parete esterna del bastione cinquecentesco in cui è inserita la Chiesa di S.Agata al Carcere; sulla parete in questione si vede una piccola apertura con una griglia, che corrisponde ai locali in cui esistono i ruderi del carcere romano che vide la Santuzza prigioniera, e sotto la finestrella è posta una lapide con parte del dialogo fra Agata e San Pietro nella notte dopo il martirio dello strappo della mammelle, ma anche una tela settecentesca nella Chiesa di S.Agata la Vetere, “S.Agata visitata da S.Pietro” intende ricordare l’evento prodigioso. Scene del supplizio dell’asportazione delle mammelle invece sono proposte in alcune tele visibili in diverse chiese di Catania, ad esempio nella Chiese benedettine di San Nicolò l’Arena, con l’opera del XVIII secolo di Mariano Rossi, e il dipinto settecentesco di un autore ignoto nella Chiesa di San Benedetto.
Intanto Quinziano rimane impressionato dalla repentina ripresa della ragazza e sentenzia per lei la definitiva condanna a morte mediante il supplizio dei carboni ardenti. I carnefici allora, non potendo eseguire la condanna nel palazzo pretorio – poiché per motivi di sicurezza, era vietato bruciare i condannati all’interno delle mura urbiche – predisposero una fornace fra il palazzo e il vicino anfiteatro, a quei tempi in area extraurbana e oggi dove si trova appunto la Chiesa di Sant’Agata alla Fornace, all’interno della quale è ancora oggi visibile, appunto, una fornace , che la tradizione vuole proprio quella del martirio della santa. Predisposto il luogo dell’ultimo supplizio – come racconta anche la tela del 1938 del pittore acese Salvatore Barone, all’interno della stessa chiesa – la vergine fu fatta rotolare più volte sulle braci, alle quali erano stati aggiunti cocci aguzzi di ceramica resi roventi dal carbone incandescente. In quel momento però un violento terremoto, storicamente attestato, sconvolse la città e provocò gravi danni al palazzo di Quinziano; la condanna fu così sospesa e lei ricondotta in fretta in cella, ma i cittadini ormai stanchi di tanta brutalità nei confronti della ragazza e impressionati dall’accaduto, presero d’assalto il palazzo del proconsole per liberare Agata. Poterono solo consolarla negli ultimi attimi di vita, perché quel 5 febbraio del 251 d.C., la martire morì nel carcere del palazzo pretorio in seguito agli atroci tormenti.

Il corpo di Agata fu portato via dagli insorti e preparato per la tumulazione, ma le frettolose circostanze non avevano permesso di procurare un adeguato sarcofago, così ne fu utilizzato uno già esistente in marmo bianco, di derivazione pagana, e per renderlo appropriato alla sepoltura cristiana furono scalpellate alcune delle originarie immagini e lasciate inalterate solo quelle ritenute compatibili alla fede della martire, ossia due grifoni, che nella simbologia cristiana vengono letti come la forza e la fede incrollabile da lei dimostrati. Il sarcofago – oggi usato come altare maggiore nella Chiesa di S.Agata la Vetere, l’antica cattedrale di Catania – con le spoglie fu posti nella Chiesa di San Gaetano alle Grotte, in origine una grotta vulcanica dalla quale viene ricavata poi una cisterna ipogea di epoca romana e in seguito riadattata all’uso di sepolcreto paleocristiano. Le spoglie furono molto venerate, sia dai catanesi sia dai cristiani che si recavano in città, soprattutto dal IV sec.d.C. con l’affermarsi del Cristianesimo quale religione ufficiale. Fin quando, nel gennaio 1040, le spoglie furono portate via dal generale bizantino Giorgio Maniace, in Sicilia per conto di Bisanzio nel tentativo di riconquista dell’isola: l’ufficiale abbandonata l’impresa militare, portò con sé le reliquie della patrona di Catania, che verranno trasferite nella Basilica di Santa Sofia, dove vi rimangono per ottantasei anni, finché Sant’Agata appare in sogno al crociato Gisliberto pregandolo di essere riportata nella sua città natale. Il cavaliere cristiano, aiutato nell’impresa dall’amico Goselmo (entrambi sepolti in una cappella della Cattedrale catanese, come testimonia una piccola lapide lì posta), riesce a trafugare le reliquie a riportarle a Catania il 17 agosto del 1126 dopo un avventuroso viaggio in mare. Una piccola curiosità nel nostro itinerario è la Fonte Lanaria, una fontana – seconda per antichità a Catania, dopo quella comunemente detta dei “Sette Cannola” – addossata alle cinquecentesche mura della città, nell’attuale via Dusmet, che prende il nome dal duca spagnolo Francesco Lanaro, che qui nel 1621 fece costruire il monumento a ricordo della realizzazione della litoranea proprio quell’anno e – per quel che ci riguarda – a ricordo del punto dove, si dice, furono imbarcate le reliquie della Santa verso Costantinopoli.

E a proposito di quel viaggio, facciamo una digressione e scopriamo altri luoghi legati alla Santuzza, lontana sia dalla patria che dalla città che l’aveva “ospitata” per quasi un secolo, fermandoci invece in quella terra dell’Occidente meridionale che guardava ad Oriente, la Terra d’Otranto,il Salento. Cosa a che vedere con la patrona di Catania? È presto detto: una delle mammelle della martire è conservata nel Museo della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina (Lecce), tra le reliquie del tesoretto orsiniano, custodita in un prezioso reliquiario accanto al dito di Santa Caterina. Ma come è arrivata qui e perché? In realtà, la reliquia della vergine martirizzata era approdata sulla spiaggia del Seno della Purità a Gallipoli, pare nel corso di quel travagliato viaggio in mare, da Bisanzio verso casa, con tappa, tra le altre a Taranto, che giustificherebbe la deviazione nella rotta di navigazione. Tale reliquia dall’estate del 1126 fu deposta nella basilica eretta nel borgo marinaro di Gallipoli in onore della santa, ma nel 1389 il principe Raimondello Orsini Del Balzo la fece trasferire a Galatina, dove scrivevo sopra è ancora oggi conservata. Nella Cattedrale di S.Agata a Gallipoli troviamo anche la statua della martire in carparo sulla facciata o ancora le tele del napoletano Nicola Malinconico con un ciclo di pitture sulla storia della santa catanese che si affiancano al “Martirio di S. Agata” del dipinto del gallipolino Giovanni Andrea Coppola sull’altare dedicato alla Santa.
Dopo questa digressione, ritorniamo a Catania dove intanto le spoglie della martire erano rientrate. Da tradizione si racconta che la cassa lignea per il trasporto delle reliquie potrebbe essere quella oggi visibile nella Chiesa di Sant’Agata la Vetere, sotto un busto reliquiario dell’800 in materiale povero, copia del più prezioso – in argento sbalzato e cesellato con decori oro, gemme e smalti – custodito nella cappella della patrona in Cattedrale e visibile solo nei giorni della festività. Dal loro arrivo nel capoluogo etneo, le sacre reliquie sono conservate nel luogo più sicura della Cattedrale, la cosiddetta Cameredda, un piccolo vano ricavato nelle possenti mura che formano le absidi normanne, a cui si accede unicamente dalla cappella a lei intitolata. Nella cassa reliquiaria, o scrigno, di epoca medievale, sono contenuti le gambe, i piedi, le braccia, le mani, una mammella e il velo della Santuzza. È il velo rosso della martire al centro del primo miracolo, a circa un anno dalla sua morte, quando una spaventosa eruzione dell’Etna minacciò Catania: si narra che in quell’occasione, per fronteggiare il terribile evento, i catanesi presero il velo rosso della Santa, che ricopriva il suo sarcofago, e lo portarono in processione fino al fronte lavico, e lì, fra lo stupore generale, il prodigio, poiché la lava si arrestò. Proprio in seguito a quel miracolo, Agata sarà proclamata santa ed eletta patrona della città.

L’articolo a pag. 26 della rivista scaricabile gratuitamente dal nostro sito
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