Odio gli indifferenti. Gramsci oggi

di Giuseppe Salerno

Per quelli che non sono nati nella prima metà del secolo scorso, per quelli che non hanno militato nelle fila del Partito Comunista Italiano e non ne sono stati detrattori, per quelli che hanno vissuto lontani dalla politica attiva e non ne hanno fatto oggetto di studio, Gramsci è soltanto un nome. Il nome di uno dei tanti personaggi della nostra storia che, sotto il velo di una memoria sbiadita, provocano in più di qualcuno imbarazzo allorché, chiamati a metterne a fuoco la figura, sono costretti a ricercare nell’immaginario collettivo un qualche stereotipo cui appigliarsi per la costruzione di un sia pur minimo discorso.
Nato per il rotto della cuffia sul finire della prima metà del secolo scorso, pur riconoscendomi un tempo nei valori della sinistra non ho militato nel PCI giacché la coscienza di appartenere ad un universo di individui pensanti mi ha impedito di identificarmi in schieramenti precostituiti, inducendomi piuttosto a monitorare in proprio ogni mutamento sociale pronto a risettare continuamente pensiero e comportamento nella direzione di una società migliore. Una vita vissuta da cane sciolto che, non preservandomi dall’essere al servizio di un qualche padrone, mi ha però mantenuto intellettualmente vivo, in grado di coltivare una visione critica di quel frenetico divenire che, rimescolando continuamente le carte, fa agio su un numero crescente di indifferenti, quelli tanto in odio a Gramsci.
È trascorso un secolo dacché il fondatore del PCI scriveva nei suoi quaderni di una società poi profondamente mutata e nella quale è oggi per noi impossibile riconoscersi.
In un pianeta infinitamente più piccolo la quotidianità è un inestricabile intreccio di reale e virtuale che vede prepotentemente avanzare intelligenza artificiale e robotica.
Sovranità nazionale e coscienza di classe sono retaggi del passato di difficile comprensione in un mondo mediatico nel quale il più lieve battito d’ali è suscettibile di divenire ragione di paure planetarie controllate.
Se nel pensiero gramsciano il ruolo egemonico dell’intellettuale discendeva dalla capacità di indicare un avvenire migliore sulla base di una attenta analisi del presente, oggi, costretti in un mondo rettangolare, ci ritroviamo inconsapevolmente anestetizzati da tuttologi che, con scarse conoscenze del passato, pontificano sul presente privi di qualsivoglia visione futura. Un mondo frammentato che si consuma nell’oggi al pari delle merci a scadenza programmata. Egemonizzati, questa volta davvero, da invisibili entità della finanza transnazionale abbiamo dimenticato il sapore della vita in un universo che ci appare privo di senso, dove tutto coesiste nella più totale confusione.
In questi scenari in continuo ed inarrestato divenire a ragione dell’assenza della politica, l’arte dimostra la propria capacità di sopravvivere allorché prende le distanze da processi che, in disprezzo della vita, ci allontanano da quell’unicum di cui siamo parte e in cui da tempo stentiamo a riconoscerci.
Con la libertà di intelletto e d’azione che lo contraddistingue, l’artista ha la prerogativa di offrire punti di vista non allineati al pensiero unico. Ed è così che sedici artisti, rivolgendosi a Gramsci con i limiti di cui sopra, ci mettono di fronte, con modalità e poetiche uniche, ad un sentire che calandosi nella storia non perde di vista il proprio tempo.
Tra le tante, l’installazione “Il popolo seduto” di Lughia è l’efficace rappresentazione di un paese che, voltate le spalle ad un passato d’azione, soggiace, impotente, alla luce soporifera di un tubo catodico che veicola la nuova ideologia del consumo.
Leonardo Cemak, che riconosce nelle scritte murali la memoria del nostro tempo, accosta l’icona spray di Gramsci a quella del Che Guevara. Giulia di Vitantonio con “Censure” ci dice che annullare il pensiero equivale ad annullare l’intera società. Tre immagini in bianco e nero di Dino Mogianesi ben rappresentano la solitudine ed il procedere in ordine sparso che contraddistingue il nostro tempo.
Curata da Giancarlo Bassotti e promossa dall’Istituto Gramsci, la rassegna Odio gli Indifferenti ha visto a Jesi opere di 16 artisti esposte nei locali di Palazzo Santoni dal 1 al 10 dicembre.

 

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